Into Darkness – Star Trek, la recensione

 « Spazio, ultima frontiera. Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di strani, nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima. »

 Into Darkness

Era il lontano 1966 quando Star Trek irradiò per la prima volta il canale della NBC, catapultando gli spettatori in un’epoca avveniristica in cui, meravigliose navi spaziali sfrecciando nell’universo entrano in contatto con mondi e culture ai limiti dello spazio esplorato. E così, dopo ben 6 serie televisive e 10 film di successo, il regista  J.J. Abrams prende il controllo della plancia dell’Enterprise per esplorare le vicissitudini, antecedenti a quelle narrate nella serie televisiva, dell’epico cast di Star Trek TOS ( The Original Serie).  Ritroviamo dunque il capitano James T. Kirk (Chris Pine), ufficiale comandante della nave stellare USS Enterprise (NCC-1701), l’ufficiale scientifico Spock (Zachary Quinto), il dottor Leonard McCoy (Karl Urban) detto Bones, il tenente Nyota Uhura (Zoe Saldana), il capo ingegnere Montgomery Scott (Simon Pegg), il timoniere Hikaru Sulu (John Cho) e  il guardiamarina Pavel Andreivich Chekov (Anton Yelchin), agli esordi della loro carriera nello spazio infinito.

Se il primo film del 2009 aveva come scopo quello di aprire il ventaglio e presentare allo spettatore neofito, come al fervido appassionato della saga anni ’60, nuovi lati e rivelazioni sul famoso equipaggio, con Into Darkness la fase di rodaggio è pressoché conclusa.

J.J. Abrams molla gli ormeggi  e lancia Kirk e il suo equipaggio oltre i confini dell’immaginabile, affrontando nuovi mondi ma soprattutto nuove minacce, che metteranno a dura prova le convinzioni dei singoli a favore del bene di molti e di come ogni singola decisione sia portatrice di salvezza e distruzione assieme.

Ma veniamo alla trama di questo strepitoso seguito: pianeta Nibiru anno 2259, civiltà agli albori del progresso ma a rischio estinzione causa eruzione vulcanica. L’Enterprise, durante una fase esplorativa, si fa carico di tale destino, ma pagando un caro prezzo: mostrare la loro tecnologia estremamente avanzata, contravvenendo alle leggi della Federazione. Kirk si ritrova, così, destituito e degradato ma il tempo delle delusioni lascia presto il passo a una minaccia ben più consistente: un attacco mirato a destabilizzare la Federazione. Tale pericolo ha un volto e un nome: John Harrison (Benedict Cumberbatch).

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Non vi anticiperò nulla su questo personaggio, mi limiterò unicamente a dire che i fedeli appassionati di Star Trek possono dormire sonni tranquilli, poiché nessun stravolgimento di trame passate è stato fatto, anzi, sarà una piacevole ri-scoperta la conoscenza dell’identità di questo superuomo dalle capacità fisiche e mentali migliori di qualsiasi altra forma umanoide conosciuta. (Nessun timore, la proverbiale logica Vulcaniana non apparirà meno brillante).

L’altra grande novità del film, oltre a quella di averlo girato in 3D con tecnologia IMAX, è stata senza dubbio l’accurato studio dei personaggi e la loro progressiva evoluzione personale, che sicuramente soddisferà  le esigenze dei fan più calorosi, che potranno seguire con interesse vicende che abbracciano a 360° tutti i componenti della fortunata serie.  Tutti i personaggi comprimari dunque hanno ruoli più delineati e di maggior incidenza sulla trama del film, tutti tranne, a mio avviso, la Dottoressa Carol Marcus (Alice Eve), la cui presenza e importanza vengono appena accennate, ma forse avrà maggior rilevanza in un ipotetico prosieguo.

Altro dettaglio degno di nota per i cultori della saga, sono i numerosi riferimenti alla serie televisiva che non potranno sfuggire al conoscitore esperto, o gli interessanti parallelismi, rielaborati nella trama attuale, direttamente ripresi dai film. (Consiglio la visione o la ri-visione di Star Trek II: L’ira di Khan).

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Dunque un reboot curato senza eccessi, nonostante si parli di un film di fantascienza, dove i limiti alla fantasia sono pressoché infiniti, con un’attenzione particolare al percorso già fatto non disgiunto da una spinta creativa non indifferente che permette al film di concludersi senza azioni scontate o banali.

A riguardo mi permetto di trarre un respiro di sollievo sulla new love-story tra Spock e Uhura (E’ un film americano, sono dei romanticoni, lo sappiamo), che occupa una parte estremamente marginale della vicenda, permettendo ai singoli personaggi di crescere individualmente, senza minare in maniera oltremodo surreale la logica ineccepibile di Spock.

Ultima nota, sicuramente apprezzabile se il film fosse in lingua originale (parere personale), è la strabiliante interpretazione di Benedict Cumberbatch nel ruolo di John Harrison, che è riuscito a costruire un superuomo dal passato oscuro, freddo, calcolatore ma al contempo geniale e guidato da forti emozioni. Da brividi i dialoghi tra lui e il capitano Kirk.

Concludendo dunque non posso che consigliarvi la visione di questo secondo capitolo, una lenta e oscura discesa nei lati più torbidi dell’essere umano.

Scritto da: Ottavia Tonsi

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