L’Uomo d’Acciaio: la recensione positiva

MAN OF STEEL

L’Uomo d’Acciaio di Zack Snyder è il Superman di cui avevamo bisogno: un cinecomic ispirato, moderno, intenso, potente, dai toni fantascientifici ma improntato su un realismo che – sulla scia della trilogia di Christopher Nolan – promette tutt’altro che giochetti e fronzoli, anche se non sotto il medesimo punto di vista.

Darai agli abitanti della terra un ideale per cui battersi. Si affretteranno con te, vacilleranno, cadranno. Ma col tempo si uniranno a te nella luce. Col tempo, li aiuterai a compiere meraviglie.

Se c’è una cosa da chiarire sul film è che Christopher Nolan avrà sì e no limato qualche eccesso di troppo. Superman non è Batman. Il primo è un outsider, un alieno che sa di essere “diverso” e cerca a tutti i costi di rimandare, per paura, il suo “incontro ravvicinato” con gli esseri umani il più possibile (“mio padre credeva che se il mondo avesse scoperto chi ero, mi avrebbe rifiutato”). Il secondo è un insider, un uomo già integrato nella società che decide di mettere se stesso al servizio dei bisognosi con i mezzi di cui dispone.

Chiariti gli intenti di fondo, non deve in alcun modo sorprenderci se al cinema non assisteremo a un Man of Steel Begins. L’Uomo d’Acciaio è una storia di origini come non si era vista prima, non ha un montaggio convenzionale, la regia non porta passo passo lo spettatore attraverso gli eventi in ordine cronologico. Mostra solo ciò che c’è bisogno di sapere e nell’istante in cui ce n’è bisogno.

MAN OF STEEL

Zack Snyder ci regala momenti di regia ispirata, dinamica, roboante. Nel combattimento finale non si fa scrupoli: ci mostra un vero e proprio scontro tra titani in tutta la sua violenza, fisicità e – soprattutto – velocità. La camera a mano serve a quello slancio realistico che una carrellata non può ricreare: Superman è un essere che sfreccia oltre la velocità del suono, e neanche la cinepresa – talvolta – è in grado di catturarlo. Non mancano i momenti di ironia (per quanto si è lontani dalla comicità di Avengers e annessi), e neanche quelli più onirici (uno su tutti, la sequenza ambientata nella chiesa).

Finalmente Superman viene rappresentato come un supereroe interessante. E’ difficile fare presa su un pubblico con un personaggio così storico, capostipite di tutti i supereroi, senza debolezze (la Kryptonite è un espediente che nel 2013 apparirebbe piuttosto antiquato), ed ecco che il team dietro l’Uomo d’Acciaio ci presenta un eroe vulnerabile: la sua forza è sovraumana, ma non infinita; si sente un estraneo, ma vuole far parte degli esseri umani; ha tutte le carte in regola per prendersi delle rivalse, ma lo fa tutt’altro che con esibizionismo.

Insomma, sono svariati gli artifici per fare appeal sul pubblico generalista, come sono tantissimi – d’altro canto – le strizzate d’occhio e rimandi a tutti i fan del fumetto. A questo aggiungiamo un cast da Oscar che in blockbuster del genere non fa mai male: Russell Crowe è in grado di rendere epica qualunque scena in cui compaia, Kevin Costner è protagonista delle due sequenze più intense e emotive del film (sì perchè l’Uomo d’Acciaio è anche questo).

MAN OF STEEL

Quanto all’approccio realistico, bisogna dire che è stato necessario per rendere molto più credibile un supereroe come Superman. Da qui deriva l’immagine di una Krypton in guerra, sconvolta da un colpo di stato; un generale fermo sulle sue retrograde convinzioni che si oppone al progresso a tal punto da commettere un gesto ultimo; l’incontro ravvicinato tra un alieno e un popolo spiazzato che non sa in chi riporre la propria fiducia. Il conflitto interiore di un uomo d’acciaio, deciso con tutte le sue forze a fare la cosa giusta (e questo porterà poi a un finale controverso che neppure Nolan voleva).

In ultimo, ma non meno importante, la colonna sonora di Hans Zimmer fa letteralmente tremare. Sono lontani i tempi della nostalgica e malinconica poesia di John Williams: adesso c’è bisogno di speranza, e l’Uomo d’Acciaio – con la sua dirompente e adrenalinica soundtrack – ci regala momenti di puro spettacolo.

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