Giovani Ribelli – Kill Your Darlings, la recensione

Vivendo nell’era della crisi dei soggetti, non bisogna certo stupirsi di assistere all’ennesima messa in scena della vita di Kerouac&Co. E così dopo Howl – L’Urlo con James Franco e On the road di Walter Salles, ecco uscire nelle sale Giovani Ribelli, titolo italianizzato (male) di Kill Your Darlings, pellicola che conclude la tripletta sulle cronache della Beat Generation. Raccontare cinematograficamente un movimento artistico non è mai facile e nel caso della Generazione del Battito, il movimento principe della controcultura americana, l’impresa può rivelarsi davvero rischiosa. Il regista John Krokidas, al suo esordio alla macchina da presa, ha provato ad osservare questa rivoluzione cercando di scovare il momento esatto in cui è scoccata la scintilla artistica negli animi di coloro che ne sarebbero diventati i pilastri: Allen Ginsberg, William Burroughs e Jack Kerouac, simboli di un movimento che ha riscritto le regole della letteratura e della poesia e che ha gettato le basi per epocali cambiamenti nella cultura giovanile. Ma cosa erano prima di diventare delle icone?

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La storia ripercorre gli inizi della vita del giovane Allen Ginsberg, timida e rispettosa matricola alla Columbia University, nel momento in cui incontra Lucien Carr, un giovane studente attraente e controverso col quale inizierà ad esplorare il mondo della scrittura creativa, assecondando l’ispirazione con alcool, fumo e droghe di ogni genere. Durante questo periodo di scoperta il giovane Allen ha modo d’incontrare William Burroughs, eccentrico intellettuale tossicodipendente, e Jack Kerouac, un ex universitario nonché ex soldato della Marina Militare. Il loro delirio verbale li porterà a decidere di gettare le basi di una nuova rivoluzionaria corrente poetica, denominata La Nuova Visione: un nuovo modo di pensare la poesia e la prosa, svincolato dalle claustrofobiche regole della metrica. Allo stesso tempo il film si sofferma sulla relazione intima e profonda che s’instaura tra Ginsberg e Carr, un rapporto d’amore ambiguo e difficile, a causa anche della presenza di David Kammerer, un ex insegnante d’inglese innamorato ossessivamente di Lucien. Costruito narrativamente intorno alla scoperta del nuovo, della droga, della sessualità e del proibito, Giovani Ribelli segue il percorso di rivolta esistenziale dei protagonisti fino al punto di svolta: l’omicidio di Kammerer ad opera di Lucien Carr, vicenda poco nota perfino ai cultori del beat. Solo da quel momento in poi le strade dei protagonisti si divideranno e l’energia rivoluzionaria verrà finalmente canalizzata in forme letterarie concrete, dando vita alle opere che li hanno resi celebri.

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Ritraendo i protagonisti chiusi in appartamenti fumosi o in piccole e perbeniste aule universitarie, l’esordiente Krokidas realizza un noir di stampo classico (d’altronde un film ambientato negli anni ’40 con fulcro un omicidio altro non poteva essere che un noir), abbandonando però le regole del montaggio funzionale e sperimentando scelte stilistiche innovative volte a riprodurre, con la macchina da presa, la nuova visione ideata dai protagonisti. L’effetto è quello di un esercizio di stile in cui la macchina da presa diventa un altro personaggio del film. L’idea di base, almeno nelle intenzioni degli sceneggiatori Krokidas e Bunn, è quella di mostrare la disperata ricerca del proprio individualismo, il rifiuto delle regole retrograde del mondo accademico, il fermento intellettuale, il tutto all’interno del racconto di una storia d’amore. Peccato però che di tutto questo non ci sia assolutamente traccia.

John Krokridas cerca di ricostruire uno scenario preciso e per farlo utilizza praticamente tutti i clichè legati alla Beat Generation, dal consumo sconsiderato di droghe, ai dramma familiari ed individuali, impedendo al suo sguardo di andare oltre un superficiale ritratto di un gruppo di ragazzi allo sbando che ricercano solo l’estremo, non cogliendo di fatto le loro reali pulsioni. Anche l’aspetto legato alla scoperta della propria omosessualità da parte di Allen Ginsberg è mostrato come un atto di consapevolezza doloroso e difficile da accettare (anche a causa del montaggio parallelo con l’omicidio di Kammerer) invece di essere vissuto come un’esperienza gioiosa, coraggiosa e liberatrice. Si dovrebbe raccontare il periodo anticonformista per eccellenza e si finisce per assistere ad una messa in scena conformista in tutti gli aspetti, da quello narrativo a quello stilistico.

Infatti anche gli espedienti stilistici sperimentati, come il flash back, il rallenti esasperato, il fermo immagine, l’alternanza tra un montaggio veloce ed incalzante ed uno lento e dilatato, il rock che sostituisce il jazz per sottolineare la drammaticità di una scena, non solo non bastano a conferire espressività, ma non riescono nemmeno a mascherare la quasi totale assenza di contenuti. Il montaggio è si dinamico ed isterico, ma allo stesso tempo prevedibile e piatto. I protagonisti sono monodimensionali, mancano di carattere e sono assolutamente noiosi e stereotipati: fin dalla prima scena lo spettatore sa esattamente chi ha davanti, in che modo agisce ed in che modo viene percepito nel contesto collettivo. Tra l’altro il film ha l’intento dichiarato di non stupire lo spettatore, visto che inizia praticamente con la scena finale dell’omicidio.

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Sul versante attoriale non ci si può non soffermare sull’interpretazione di Daniel Radcliffe, protagonista (?) del film: alla sua prima matura esperienza cinematografica dopo la chiusura della saga che l’ha reso famoso, sarà riuscito a staccarsi ulteriormente dal personaggio di Harry Potter? La risposta è si, in quanto è innegabile che nel film Daniel dimostri una certa maturità attoriale, visto il suo cimentarsi in esplicite scene di nudo e di sesso omosessuale e non, nonché in primissimi piani volti a mostrare la fragilità del suo personaggio, primi piani dai quali si percepisce il suo potenziale espressivo. Tuttavia la sua interpretazione è sostanzialmente poco incisiva e non in grado di conferire carisma al suo Allen Ginsberg che al contrario appare monocorde, rigido, dal sorrisetto timido e con gli ormoni impazziti. Molto probabilmente ciò è dovuto in larga parte anche alle dubbie scelte di sceneggiatura e di costruzione del personaggio. La sua immobilità lo mette in una posizione di svantaggio rispetto a Dane DeHaan, che interpreta Lucien Carr: il loro rapporto è al centro dell’intero film e quando i due dividono la scena, la performance di questo nuovo Leonardo Di Caprio, vera rivelazione del film, finisce inevitabilmente per oscurare quella di Radcliffe, conferendo al personaggio di Lucien una vera sfumatura di follia ed ambiguità rendendolo il vero protagonista. Però bisogna ammetterlo: in due o tre momenti è impossibile non pensare ad Harry Potter. Anche qui Daniel indossa un paio di occhiali; anche qui riceve una lettera per essere ammesso in una scuola prestigiosa; anche qui quando entra per la prima volta alla Columbia ha la stessa espressione sbigottita della prima volta in cui vede Hogwarts; ed anche qui, nella versione italiana, c’è il solito Puccio a doppiarlo che non ha propriamente una voce molto matura.
Ma rimembranze a parte, per il resto le prove attoriali non spiccano più di tanto, a partir dalla troppo macchiettistica interpretazione di William Burroughs da parte di Ben Foster, fino all’insulso Jack Kerouac di Jack Huston che si nota appena. Di rilievo solo la performance del Dexter Michael C. Hall, che regala un Kammerer fragile ed ossessivamente devastato dal suo amore.

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Come opera d’esordio è sicuramente un prodotto mainstream ben confezionato, che strizza l’occhio alla popolarità del suo protagonista per incassare di più al botteghino. Ciò che però infastidisce è vedere la potenza rivoluzionaria di un movimento dall’importanza epocale a cui si vuole rendere omaggio rappresentata solo attraverso le bravate di un gruppo di annoiati universitari: invece di descrivere l’origine dei geni letterari di Kerouac, Burroughs e Ginsberg, si assiste al ritratto delle tipiche esperienze da campus di un qualsiasi adolescente americano medio, con l’aggiunta di qualche (in verità troppe) citazioni letterarie con le quali i protagonisti si riempiono la bocca.

Ciò che davvero si perde di vista sono le parole, la vera sostanza di questi personaggi, e come scrisse qualcuno, quando un film nella sua forma tradisce l’anima e il senso della storia che racconta, allora quello è un film da evitare.

Giovani Ribelli – Kill Your Darlings è un film superficiale, presuntuoso e pretestuoso che promette di stupirti per poi deluderti miseramente, incartandosi su stesso fino a diventare noioso. Definito dalla critica il nuovo Attimo Fuggente, può definirsi tale solo perchè risponde ai criteri del già visto: in un frangente Lucien Carr sale addirittura su di un banco. Più già visto di così.

 

GIOVANI RIBELLI – KILL YOUR DARLINGS di John Krokidas, vincitore della 10° Edizione delle Giornate degli Autori – Venice Days all’interno della 70° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Nel cast Daniel Radcliffe, Dane DeHaan, Ben Foster, Jack Huston, Michael C. Hall, Elizabeth Olsen e Jennifer Jason Leigh. Prodotto da Benaroya Pictures e distribuito da Notorius Pictures, uscirà nelle sale italiane il 17 Ottobre.

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Serafina Pallante

Laureata al DAMS di Roma. Appassionata di cinema in tutte le sue forme ed espressioni, studia per diventare critico cinematografico. Su TheVoiceOver si occupa della sezione Recensioni.

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