Hunger Games – La Ragazza di Fuoco, la recensione

Dopo un anno di attesa esce finalmente in sala Hunger Games – La ragazza di fuoco, secondo capitolo della popolare saga letteraria di genere distopico di Susan Collins. In un mondo futuro post-apocalittico sorge Panem, una nazione formata da 12 Distretti governati da un regime totalitario con sede a Capitol City. In seguito ad un passato tentativo di rivolta, ogni anno da ciascun distretto vengono scelti un ragazzo ed una ragazza per partecipare agli Hunger Games, un combattimento mortale trasmesso in televisione. Protagonista è Katniss Everdeen, una ragazza di sedici anni che, quasi inconsapevolmente, darà fuoco alla scintilla della ribellione del popolo contro il regime. Una storia molto originale e di grandissimo potenziale, che amalgama sapientemente fantascienza, politica, critica sociale e romanticismo, il tutto condito con il fattore reality show, così prepotentemente attuale nel nostro tempo. La trilogia della Collins vanta schiere di fan accanitissimi in tutto il mondo, completamente catturati dalla profondità della storia. Nonostante questo però la visione del primo adattamento cinematografico di Hunger Games, diretto da Gary Ross, scaturì non poche perplessità (almeno nella sottoscritta). La sensazione dopo aver visto il film era in qualche modo simile a quella che si può provare guardando un disegno incompleto oppure una scultura appena abbozzata nel marmo: un senso d’incompiutezza, una frustrazione dovuta al fatto di trovarsi davanti ad una storia notevole ma semplicemente mal realizzata. Col secondo film della saga, la sensazione non potrebbe essere più diversa: respiro epico, più caratterizzazione dei personaggi, maggiore azione e grande introspezione emotiva.

C’è da dire che dopo il grandissimo successo del primo capitolo le aspettative si erano notevolmente alzate, insieme al livello del budget, che nel primo film era molto ridotto. Il cambiamento però è nella pellicola stessa che mantiene tutto ciò che di ottimo caratterizzava il primo episodio, migliorando, evolvendo e rendendo questo secondo capitolo epico e sensazionale come sarebbe dovuto essere anche il primo. E’ soprattutto nella regia la sostanziale differenza: Francis Lawrence subentra a Gary Ross ed alle sue onnipresenti macchine a mano che tanto erano state amate/odiate nel capitolo iniziale. La regia di Lawrence è più fluida e convenzionale, meno sporca e nervosa: viene abbandonato definitivamente lo stile da “film indipendente” per concentrarsi sull’azione e sui sentimenti, valorizzando molto di più scenografie, costumi e paesaggi. L’effetto però non è di totale sconvolgimento: nonostante le sostanziali differenze, Hunger Games – La ragazza di fuoco non si discosta troppo dal suo predecessore, conservando quella sensazione di familiarità in cui lo spettatore può ritrovarsi. E’ un film evoluto per così dire, che non rinnega il mondo finora costruito, ma semplicemente ne esalta le varie sfaccettature.

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Quando si parla di un sequel, il rischio di deludere i fan del libro o le aspettative della critica è sempre molto alto. Il secondo libro della Collins è un libro intermedio, di passaggio tra l’introduzione di un mondo e delle sue tematiche ed il capitolo della resa dei conti finale. Il film però è davvero uno dei migliori sequel da saga mai realizzati, impeccabile per adattamento e messa in scena. Parlando anche solo a livello di sceneggiatura, senza fare spoiler, il film si conclude esattamente come il libro, lasciando lo spettatore completamente in sospeso, come dopo una puntata di una serie Tv. Questo potrà rendere il film non proprio autoconclusivo, ma è sicuramente un merito più che un difetto, motivato dalla scelta di rispettare il libro piuttosto che tentare d’inventarsi un finale più cinematografico. La qualità della sceneggiatura è senz’altro uno dei maggiori pregi dell’adattamento: trasposizione quasi perfetta del libro, il film di Lawrence è il sogno di ogni fan-lettore, che può davvero riscontare una fedeltà dei dialoghi quasi totale, nonché ritrovare perfettamente le sensazioni di ansia e pericolo trasmesse dalle pagine. Chiaramente alcune scene sono meno esplicite ed alcuni dettagli sono stati omessi come giusto che sia, ma ciò non toglie nulla alla linearità della storia ed anzi, serve a conservare meglio l’effetto sorpresa del finale. Il film risulta comunque accessibile a tutti, lettori e non, grazie alla sceneggiatura brillante dei premi Oscar Michael Arndt e Simon Beaufoy, che creano un perfetto bilanciamento tra la fedeltà necessaria e la resa cinematografica nei tempi di un lungometraggio (più o meno ristretti, visti i 146 minuti di durata del film).

Ecco la trama. Conclusi i 74° Hunger Games, Katniss Everdeen e Peeta Mellark sono tornati dalle loro rispettive famiglie e si prospetta per loro un futuro di tranquillità. Ma la loro vittoria agli Hunger Games ha cambiato radicalmente l’umore della popolazione di Panem, che ora vede una speranza di ribellione. Ad attendere Katniss e Peeta al varco c’è il Tour dei Vincitori, durante il quale dovranno far tappa in tutti i Distretti di Panem. Lungo la strada, Katniss ha modo di constatare che la rivolta del popolo è vicina, e che quest’ultimo l’ha assunta a simbolo della rivoluzione. Ma alla vigilia del Tour Katniss riceve la visita del Presidente Snow che la minaccia apertamente: se durante il Tour non riuscirà a calmare gli animi della rivolta dimostrando che il suo gesto estremo è stato solo frutto dell’amore incondizionato per Peeta, a pagare saranno tutte le persone a lei care, compreso Gale. Ma ormai la fiamma è accesa ed il Presidente Snow, sentendosi minacciato dal valore simbolico di Katniss, decide di liberarsene indicendo l’Edizione della Memoria degli Hunger Games, un’edizione speciale in cui sono chiamati a competere di nuovo tutti i passati vincitori dei 12 Distretti ancora in vita: così Katniss e Peeta dovranno tornare nell’unico luogo al mondo in cui non vorrebbero mai più mettere piede: L’Arena. Questa volta non ci sarà spazio per due vincitori, e dopo questi giochi niente sarà più come prima.

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Il film può essere diviso in due parti molto diverse tra loro, che però la sceneggiatura riesce a legare senza spezzarne il filo conduttore. La prima parte riguarda il Tour della Vittoria e la situazione nei vari Distretti di Panem, una parte molto riflessiva, quasi priva d’azione, in cui si punta l’occhio sulla situazione politica, sulle condizioni di vita della popolazione, sulla difficoltà di Katniss di tornare ad una vita normale dopo gli Hunger Games e sul suo rapporto con Peeta e Gale. Nella seconda parte invece siamo ri-catapultati nell’Arena, sempre più atroce e disumana, tra grandi scene d’azione e spettacolari effetti digitali, dove nulla di quello che sembra è in realtà. La vicenda di Katniss perciò si sviluppa parallelamente alla vicenda di una nazione: non è più solo di un gioco al massacro, ma ora c’è in ballo il futuro di Panem. Ciò che forse manca ancora è l’elemento reality show, così forte ed originale nell’idea complessiva della storia ma che in effetti è carente anche nel libro: non si percepisce realmente l’importanza che questi giochi barbari hanno per la popolazione e l’effetto che causano sulla società. Nell’Arena però vengono mostrate benissimo le problematiche legate al labile confine tra reale e virtuale, tra finzione e verità. Così come il pubblico di oggi, quello dei reality e del web, anche i protagonisti dell’Arena si trovano intrappolati in una rete in cui non riescono più a distinguere tra ciò che realmente è e ciò che gli altri vogliono fargli credere che sia la verità. C’è una sola soluzione, un unico modo di scappare: nel finale del film, così come accadeva in The Truman Show, la protagonista sfonda il confine del mondo artificiale facendolo implodere dall’interno, interrompendo le connessioni e distruggendo finalmente il confine tra realtà e finzione.

Sulla bravura del premio Oscar Jennifer Lawrence non si può certo discutere e basta anche solo l’inquadratura finale del film (da brivido!) per capire quanto sia brava a trasmettere una gamma diversa di emozioni con la sola potenza dello sguardo: la Lawrence è perfetta nell’incarnare la metamorfosi di Katniss, divisa tra la voglia di ribellarsi e la preoccupazione per salvare la vita delle persone che ama. Essenzialmente il film racconta il viaggio che conduce Katniss da vittima a combattente simbolo della rivolta, e la giovane attrice è perfettamente calata nel ruolo, capace di esprimere alla perfezione la confusione del personaggio che interpreta. La bravura di Jennifer riesce a contagiare anche i suoi giovani colleghi, da un Liam Hemsworth ancora inutile e fuori dalla storia principale ma almeno più convincente, ad un Josh Hutcherson che se nel primo film sfigurava, oltre che in altezza anche in bravura, di fianco alla giunonica Jennifer, in questo film si dimostra perfettamente calato nella parte del dolce e protettivo Peeta. Ritroviamo l’eccentrica Elizabeth Banks nel ruolo di Effie Trinkets, l’esilarante ed a tratti inquietante Stanley Tucci nel ruolo del presentatore Caesar Flickerman, il geniale Haymitch, interpretato da Woody Harrelson, Donald Sutherland nel ruolo del perfido Presidente Snow e Lenny Kravitz nel ruolo dello stilista Cinna (non nego che trovo assurda l’idea di questa scelta da parte del direttore del cast), che nelle sue scene con Katniss sembra ancora una volta recitare con troppi atteggiamenti e sguardi equivoci. Ma non mancano sorprendenti new entry, prima su tutte quella di Philip Seymour-Hoffman che interpreta Plutarch, il nuovo ambiguo e misterioso Primo Stratega, Sam Claflin nel ruolo dell’amatissimo Finnick Odair ed infine la talentuosissima Jena Malone nel ruolo dell’intrigante Joanna Mason, che in una particolare scena regala uno dei pochi momenti d’ilarità del film.

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E se tanto di positivo si può dire della sceneggiatura, della regia e del cast stellare, non sono da meno le scenografie, che finalmente tratteggiano il mondo di Panem nei minimi dettagli, non abbandonando lo stile già visto nel primo film, ma ampliandone i confini, mostrandoci finalmente cosa succede nel Distretto 12, a Capitol City e negli altri Distretti. In questo secondo film lo stile di regime totalitario di stampo fascista, con richiami all’antica Roma e con, bisogna dirlo, fastidiose ed immotivate contaminazioni settecentesche al limite del ridicolo, è più prorompente che mai: quest’ultimo dettaglio, quello dei costumi sfarzosi ed esagerati degli abitanti di Capitol City è un particolare che, almeno per chi scrive, risulta inutile e privo di senso, ma non se ne può certo fare una critica al film visto che è un dettaglio del libro. Bisogna però dare merito all’eccellente lavoro della costumista Trish Summerville, che nel creare il lato modaiolo di Panem deve essersi sentita come nel “Paese dei Balocchi”, supportata, oltre che da una fittissima campagna promozionale del film, volta a ricreare il look di Capitol City, anche dalla firma di moltissimi stilisti di fama internazionale come Alexander McQueen. Il risultato è stupefacente e non si può non rimare sbalorditi dall’opulenza e dallo sfarzo degli abiti di Effie Trinket, esagerati, colorati, dettagliatissimi e fuori tempo. La colonna sonora di James Newton Howard è invece debole, e non aggiunge quasi nulla in termini di climax drammatico alle immagini già di per sé molto forti e spettacolari.

Dopo il primo film c’era solo il sospetto: ora invece c’è l’assoluta certezza di trovarsi finalmente e nuovamente di fronte ad una grande saga rivolta ad un pubblico youg-adult. C’è chi ha provato a trovare dei parallelismi con Harry Potter, ed in effetti si possono trovare nel sapiente mix di diversi generi e diverse tematiche: non c’è solo una storia d’amore o una vicenda politica, non c’è solo action senza riflessione sociale, ma la storia è perfettamente bilanciata tra tutti i diversi fattori. C’è anche chi tenta di trovare delle similitudini con la saga teen per eccellenza, Twilight, e fortunatamente non ce ne sono: sebbene Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson e Liam Hemsworth siano sicuramente uno dei motivi di successo del film, il loro triangolo amoroso non è affatto centrale ai fini della storia e soprattutto l’immagine dei tre divi non viene sfruttata ai fini di attirare il pubblico verso un progetto, che è infatti molto più complesso e variegato. E’ questo che rende la saga adatta ad un pubblico più ampio e non sono rivolta ad una schiera di teenagers in delirio ormonale. Sin dall’inizio si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad una pellicola entusiasmante: sebbene sia una storia d’azione e di sentimenti, ciò che davvero emerge, e questo grazie alla brillante intuizione della scrittrice, è il discorso sociale e politico. Per la seconda volta viene messa in scena la Dittatura del Grande Fratello, la critica al potere dei media che devono costantemente occultare la realtà, manipolando la popolazione con un’apparenza che nega la possibilità di ribellarsi. E’ questa la vera natura della saga, che attraverso la fantascienza, l’avventura ed il romanticismo, porta a galla una denuncia fortissima alla violenza della società. La saga di Hunger Games, e soprattutto questo secondo capitolo, riescono nel difficile compito di fondere la politica in un film mainstream, offrendo spunti di riflessione notevolissimi e tutt’altro che banali ai giovani a cui il film si rivolge. In attesa del terzo capitolo della saga, che manco a dirsi sarà diviso in due parti vista la moda attuale, non ci resta che tornare nell’Arena e venire completamente abbagliati da Katniss, La Ragazza di Fuoco.

 

Hunger Games – La ragazza di fuoco è un film di Francis Lawrence, tratto dal libro “Hunger Games – La ragazza di fuoco” di Susan Collins. Con Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Elizabeth Banks, Woody Harrelson, Philip Seymour Hoffman, Stanley Tucci, Donald Sutherland, Jena Malone, Sam Claflin e Lenny Kravitz. Prodotto dalla Lions Gate Entertainment e distribuito dalla Universal Pictures, sarà nelle nostre sale da mercoledì 27 Novembre.

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Serafina Pallante

Laureata al DAMS di Roma. Appassionata di cinema in tutte le sue forme ed espressioni, studia per diventare critico cinematografico. Su TheVoiceOver si occupa della sezione Recensioni.

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