Oldboy, la recensione

La domanda a cui dovresti rispondere realmente: perché ti ho lasciato andare?

E’ il 1996 quando inizia la serializzazione del manga “Oldboy” di Garon Tsuchiya che narra la storia di Goto, un uomo ordinario che conduce una vita piatta e nella norma, che senza un apparente motivo, viene rapito e si sveglia in una stanza angusta, che diventerà il suo piccolo mondo per dieci anni. Goto ha contatto con il mondo al di fuori, ma viene nutrito quotidianamente con dei pasti pronti di cucina cinese e la televisione lo aiuta a non impazzire. Trascorsi i dieci anni di prigionia, viene inaspettatamente liberato nei pressi di Shibuya ed inizia una ricerca personale, per scoprire chi può averlo tenuto prigioniero per tutto quel tempo.

Anno 2003, il regista Park Chan-wook sceglie “Oldboy” come secondo capitolo della sua trilogia cinematografica sulla vendetta. Oh Dae-su è un uomo qualunque, sposato e con una figlia, ma un giorno viene rapito senza saperne il motivo. Viene rinchiuso in una cella da cui è impossibile sfuggire e nonostante la disperazione lo attanagli riesce a sopravvivere per quindici anni, dopo i quali viene liberato. Da quel momento in poi, la sua vita verrà consacrata unicamente alla ricerca di chi gli ha fatto tutto quel male e della ragione per la quale era stato rinchiuso

E giungiamo finalmente al 2013, dove Spike Lee accetta la sfida e lavora a una nuova interpretazione di “Oldboy” in chiave americana, distanziandosi dalla precedente trasposizione cinematografica e tentando di creare una storia che fosse più fedele all’opera cartacea nipponica.

La premessa che mi permetto di fare sin da ora è che il risultato è notevole e sicuramente più dinamico del manga di Tsuchiya ma purtroppo carente sul piano  psicologico e sull ‘evoluzione del nuovo prigioniero : Joe Doucett.

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Dirigente pubblicitario in crisi, dipendente dall’alcool e padre assente viene rapito senza motivo e al suo risveglio si trova in una squallida ed essenziale stanza, senza vie di fuga e con una televisione come unico contatto con la realtà. Viene nutrito con cibo cinese e superalcolici sino al giorno della sua improvvisa apparente liberazione apparente, poiché ha solamente 56 ore per rispondere a due domande: Chi fu a incarcerarlo e perché.

La storia di per sé è geniale: privati all’improvviso della propria routine si è intrappolati e controllati in pochi metri quadrati, prigionieri di un aguzzino senza nome e contemporaneamente di sé stessi, nella febbricitante ricerca di una motivazione; e quando ormai quel piccolo bunker diventa così tangibile da poter essere scalfito alla ricerca di una via di uscita, ecco che si viene nuovamente scaraventati nel mondo reale, in una lotta contro il tempo e con delle risposte sempre più urgenti da ricercare. Ubriachi di felicità e di paura, non ci sembra necessario sprecare neppure un istante sul capire perché, invece, si è stati liberati proprio in quel momento.

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Con una simile domanda sottesa ci si aspetterebbe una profonda analisi interiore del personaggio, di cui Spike Lee ci dà un assaggio durante la prigionia forzata, ma di cui sembra dimenticarsene nella seconda parte del film, dando la totale priorità all’azione, allo scorrere frenetico delle azioni e del sangue che certamente non può mancare in un film sulla vendetta. Omaggia Park Chan-wook in diverse sequenze sanguinose, ma non riesce a trasmettere la claustrofobica sensazione di patimento dell’uomo privato delle sue radici e analizzato al microscopio in ogni istante di prigionia, la gioia della liberazione e al tempo stesso la brutalità della sua vendetta.

Si ha come l’impressione che Joe Doucett (Josh Brolin) si sia cristallizzato in una costante espressione dura e priva di sentimenti, volto solo ad agire per uno scopo finale, senza porsi domande negli step intermedi, e in ciò l’interpretazione è perfettamente riuscita, anche se sarebbe stato interessante declinare tanta passione anche nella disperazione che abbraccia il protagonista a conclusione del film.

Ho ammirato molto invece il ruolo di Adrian Pryce (Sharlto Copley), all’aspetto algido e pacato, ma capace di manifestare gioia e dolore con una passione tale da sopperire alla staticità fisiognomica di Joe.

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Impossibile poi non notare i ricorrenti riferimenti orientaleggianti disseminati in tutto il film che impreziosiscono la fotografia e che rimandano inevitabilmente alle opere nipponica e coreana.

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Concludendo dunque ritengo che la scelta consapevole di Spike Lee di “trattenersi”, abbia in realtà frenato l’intero lato emotivo della narrazione, realizzando una versione soft di Park Chan-wook, ricreando una situazione delirante ma che non conduce il protagonista al delirio.

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Ottavia Tonsi

Laureata in Comunicazione Interculturale con una fervida passione per tutto ciò che è made UK e made Japan. Neo recensore su The Voice Over.

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