The Butler: un maggiordomo alla Casa Bianca, la recensione

“Tu non senti niente, tu non vedi  niente, tu devi solo servire”

E’ il 1926, quando la tragica perdita del padre mette fine ai lavori nella piantagione di Cecil Gaines e gli apre le porte al diventare un “negro di casa”, iniziando il suo cammino per migliorare le proprie condizioni di vita.

Da semplice desiderio di riscatto, la tenacia di Cecil lo guida verso incarichi sempre più prestigiosi,  arrivando a servire in un hotel di lusso a Washington, dove affina la sua eloquenza e viene premiato per il suo lavoro sempre eccellente. Il passo da qui alla Casa Bianca è breve.

Gli anni scorrono, i presidenti si susseguono e Cecil con la sua bravura e la sua dedizione ha dato  alla sua famiglia una degna vita borghese, lasciando lontani i ricordi delle piantagioni di cotone. Ma servire nella casa dell’uomo più potente del mondo, non rende immuni ai drastici cambiamenti culturali che imperversarono negli anni ’60 e ’70 e che inesorabilmente, finiscono per sconvolgere anche la famiglia di Cecil.

LEE DANIELS' THE BUTLER

Quando pensiamo alla segregazione razziale, a leggi che discriminano persone in base  alla propria etnia con atti violenti, la mente vola subito a Hitler e alla sua folle istituzione di campi di sterminio per la popolazione ebraica e per altre piccole minoranze che minacciavano l’egemonia ariana. Solo in seconda battuta, può accadere che venga alla mente anche il lunghissimo periodo di patimenti che ha dovuto subire la comunità nera negli Stati Uniti che con lente e dolorose conquiste, ha lentamente scalzato via l’ideologia che ci fosse una differenza incolmabile tra bianchi e neri.

Il film di Lee Daniel offre un’interessante prospettiva, di come tale percorso di emancipazione si sia diffuso a macchia d’olio nella comunità americana, di come abbia superato le reticenze e le condanne sia da parte dei bianchi  che dei neri stessi. Soprattutto all’inizio infatti, la “vecchia generazione” nera non comprende e disapprova gli ideali di parità che animano i loro giovani. Lo stesso Cecil condanna lo condotta del figlio Louis, che abbandona l’università per seguire  all’attivismo del movimento per i diritti civili, nonostante metta la propria vita in pericolo e venga arrestato per innumerevoli volte, solo per aver manifestato il proprio desiderio di rivalsa.

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Cecil vive gran parte della sua vita nell’ambiente ovattato della Casa Bianca, contribuendo con il suo servizio e diventando ben presto una colonna portante all’interno della servitù, senza che la sua vita privata influisca mai sulla sua condotta, ascoltando e fingendo poi di non aver udito, riuscendo sempre a tenere lontano la famiglia dal lavoro. Ma tale condotta, lo porta anche ad allontanarsi dalla moglie Gloria, addolorata per la condotta del primogenito e straziata poi dalla perdita del secondo figlio Charlie che si immola per la patria arruolandosi nell’esercito per la guerra di Vietnam.  Lentamente dunque la storia americana scorre: dall’assassinio di John F. Kennedy e di Martin Luther King, ai movimenti dei Freedom Riders e delle Black Panther, alla guerra in Vietnam e allo scandalo del Watergate. Questi eventi però, finiscono per ripercuotersi su Cecil, sia come padre che come persona di servizio alla Casa Bianca, plasmando il suo destino e trasformandolo, facendo apparire finalmente chiaro quale sia il nuovo sogno americano.

Dal regista di “Precious” non potevamo che aspettarci il meglio e difatti non si può uscire delusi dalla visione di “The Butler”, che riesce a darci una panoramica completa di un biennio di sconvolgimenti sociali, analizzando gli eventi dai punti di vista di entrambe le fazioni, focalizzandosi sui desideri che animavano le nuove generazioni e dal cieco silenzio che ricevevano in risposta dai loro padri. Al tempo stesso ,riesce a ben caratterizzare l’entrata in scena di ogni singolo presidente americano,  nonostante vengono dedicati a queste figure pochi fotogrammi ,benché attentamente selezionati.

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Il ruolo di Cecil Gaines ( Forest Whitaker) è interpretato in maniera magistrale e l’attore riesce, fidandosi ciecamente del regista, a ricreare sullo schermo i sentimenti contrapposti che si scontrano nell’animo di Cecil, mascherati però alla perfezione dalla sua eccellente dedizione al lavoro.

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Questo film vede anche il grande di ritorno sulle scene di Oprah Winfrey, nel ruolo della moglie di Cecil, una donna complessa che si trova ad affrontare da sola le proprie debolezze, di fronte a un marito inizialmente assente e sordo alle sue parole, ma dalle quali esce sempre vincitrice, animata dallo spirito di tenere unita la famiglia, anche se questo significa rimproverare duramente un figlio che ha dimenticato quali sacrifici sono stati fatti per lui. Oprah riesce dunque nella grande impresa di far scomparire il proprio personaggio televisivo, dando spessore al ruolo di Gloria.

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Una menzione va anche fatta a David Oyelowo nei panni di Louis, che riesce a racchiudere nella sua interpretazione il profondo desiderio di rivalsa che anima le nuove generazioni nere e al tempo stesso rimpiange il mancato assenso del padre, cercando disperatamente di ottenere la sua attenzione e la sua comprensione.

Arricchiscono, con i loro volti indimenticabili e inconfondibili, attori e musicisti di fama internazionale, quali Alan Rickman, Robin Williams, John Cusack, Jane Fonda, Lenny Kravitz e Mariah Carey.

“The Butler” dunque, si propone come narrazione degli sconvolgimenti sociali che animarono gli anni ’60 e ’70, senza dipingere buoni e cattivi, ma semplicemente offrendo prospettive di visione ossimoriche, che riescono a fondersi tra loro senza alcun tipo di difficoltà.

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Ottavia Tonsi

Laureata in Comunicazione Interculturale con una fervida passione per tutto ciò che è made UK e made Japan. Neo recensore su The Voice Over.

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