C’era una volta a New York, la recensione

“ Non smettete di credere ,non smettete di sperare, il sogno americano vi aspetta. Adesso.”

Se ripercorriamo la storia del cinema, troviamo moltissimi film che s’intitolano “The immigrant” , e che trattano, ognuno a modo suo, del tema dell’immigrazione e delle difficoltà a cui il protagonista viene sottoposto, nella sua disperata ricerca di un futuro migliore. Per citarne un esempio famoso, possiamo riferisci senza ombra di dubbio al “The Immigrant” di Charlie Chaplin del 1917, di cui tutti ben conosciamo la celebre sequenza del ristorante.

Il titolo italiano del film(C’era una volta a New York) invece, come spesso accade, c’entra ben poco con quello originale, a tal punto da creare un’imbarazzante omonimia con il celebre capolavoro del 1984 di Sergio Leone.

Riferimenti a parte, il film di James Gray appartiene al difficile e complesso genere del melodramma, il cui fine ultimo è esplorare le più forti emozioni del genere umano, tratteggiando in modo netto i personaggi, che sono molto spesso divisi in modo manicheo, tra buoni e cattivi.

Ewa è una giovane ebrea polacca, che intraprende la difficile traversata atlantica in compagnia della sorella Magda, per raggiungere gli zii e coronare il loro piccolo sogno americano. Da subito però, tale proposito viene infranto, poiché Magda viene trattenuta a Ellis Island essendo malata e la stessa Ewa non può essere ammessa poiché è una donna sola e ha tenuto una condotta immorale durante il viaggio in nave.  Lo sconforto abbraccia Ewa, la quale però riceve l’inaspettato aiuto di Bruno, che riesce a comprare il silenzio della guardia e far ammettere la ragazza a New York. La generosità dell’uomo le permettono di trovare un alloggio sicuro e un lavoro, così da sperare di ricongiungersi con la sorella, ma la nuova vita di Ewa è ben lontana dal suo sogno americano. Immersa in un quartiere straniero e cattolico, non ha nessun punto di contatto, nemmeno con le sue coinquiline, e Bruno diviene il suo unico contatto con la vita, ma soprattutto il suo unico mezzo per ottenere denaro rapidamente, anche se ciò la porta a rinnegare i suoi stessi valori.

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I personaggi che James Gray dipinge, vivono nella moderna condizione sociale della co-dipendenza, quando due persone dunque, per quanto in maniera perversa, hanno disperatamente bisogno l’una dell’altra per sopravvivere, nonostante vengano guidati da sentimenti e scopi ben diversi.

Ewa è allo stesso tempo padrona e vittima del suo destino, logorata dal senso di colpa ma tenace e perseverante nel seguire i suoi obiettivi; Bruno, da abile imprenditore  con una spiccata capacità nell’intessere amicizie convenienti , lentamente si lascia sopraffare dalle sue forti passioni al punto tale dal perdere quasi il contatto con il reale.

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A rompere tale co-dipendenza è l’arrivo di Orlando, che con i suoi modi gentili e suoi sogni utopici, rappresenta la figura dell’eroe ma con un’ inconciliabile matrice autodistruttiva, che tende a risucchiare nel vortice chiunque gli stia accanto.

Il difficile ruolo di Ewa, è ricaduto sull’acclamata attrice francese Marion Cotillard, che ha dato una sua impronta tangibile nel personaggio, elaborando una ricerca personale sulla donna, a tal punto da recitare con un vago accento tedesco poiché Ewa veniva dalla Slesia.

Bruno, è invece interpretato da Joaquin Phoenix, che riesce a trasmettere una grande vita interiore al suo personaggio, dilaniato dal senso di sopravvivenza e al tempo stesso dal bisogno patologico di Ewa.

Ultimo, ma non per importanza, troviamo Jeremy Renner nei panni di Orlando, che è riuscito perfettamente a rendere la duplice natura del suo personaggio, che non può non farsi amare dallo spettatore nonostante le sue palesi aberrazioni.

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Una caratteristica che indubbiamente impreziosisce il film, è l’evidente ricerca di materiale che vi è stata dietro la sua realizzazione, e una prova evidente di ciò è la scena in cui vediamo il tenore Caruso esibirsi a Ellis Island insieme ad altri artisti, per rallegrare la difficile “detenzione” degli immigrati. Tale esibizione è realmente documentata nei registri.

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Degna di nota è certamente anche la fotografia, che rispecchia la natura operistica della storia, abbandonando la visione naturalistica a favore di quella favolistica, lasciando che la luce non guidi costantemente i passi dei personaggi, ma che compaia inaspettatamente, risaltando le loro forti emozioni.

 “C’era una volta a New York” dunque, riesce nel tentativo moderno di rappresentare il genere del melodramma, senza essere eccessivo o sottotono, mettendo sul grande schermo un esempio reale di vita vissuta.

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Ottavia Tonsi

Laureata in Comunicazione Interculturale con una fervida passione per tutto ciò che è made UK e made Japan. Neo recensore su The Voice Over.

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