ROBERTO FAENZA PRESENTA ANITA B. A MILANO: ECCO IL RESOCONTO DELLA CONFERENZA STAMPA

Roberto Faenza, classe 1943, è famoso per i suoi film controcorrenti e dissacranti. Vincitore di innumerevoli premi alla critica come il David di Donatello per “Jona che visse nella balena” e la candidatura come miglior regista all’European Film Award per “Alla luce del sole”, è maestro nel creare piccole storie preziose che purtroppo la grande distribuzione del cinema non sa ancora apprezzare ed esaltare a dovere.

Presenta in data 15 gennaio a Milano, Anita B.”, un film liberamente ispirato dal romanzo “Quanta stella c’è nel cielo” di Edith Bruck, narra le vicende di Anita, una ragazzina quindicenne, che sopravvissuta ad Aushwitz, cerca di ottenere nuovamente il controllo sulla sua vita, anche se sradicata dal suo paese e in balia di parenti che non vogliono sapere nulla di ciò che cha ha dovuto affrontare.

Il film di Faenza, oltre a offrire spunti di lettura originale su una vicenda ormai ben conosciuta, si avvale di un cast di eccezione, in primis con la partecipazione di Eline Powell, scoperta da Dustin Hoffman in “Quartet” e dell’ormai celebre Robert Sheehan, che dà un’interpretazione originale al suo personaggio. A rendere l’opera preziosa è senza dubbio la presenza di Moni Ovadia, che arricchisce la narrazione con interessanti scorci sulle tradizioni ebraiche.

Una conferenza stampa dunque, che ha permesso di scoprire anche i lati più nascosti del film e di apprezzare i cambiamenti fatti rispetto all’opera cartacea, per rendere la storia fruibile a un pubblico maggiormente ampio, scalzando l’idea che tutti i film sugli ebrei parlino solo di lager e di deportazioni.

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Dal romanzo si trae liberamente un film, ma perché ha cambiato completamente la figura di Emma (una ragazza che Anita incontra nel laboratorio di cucito) con la quale Anita intesse un’amicizia femminile molto bella, creando invece il personaggio di David?

 In realtà  non mi ricordavo questa cosa, nel libro ci sono personaggi che noi abbiamo modificato e cambiato, non saprei bene dire il motivo di questa scelta. C’è da dire però che i film non nascono nella testa del regista, quando abbiamo fatto il cast infatti, non trovavamo un’attrice che potesse interpretare Emma, così abbiamo convertito il personaggio femminile in uno maschile. E’ una specie di messaggio divino, quando non riesci a trovare un attore adeguato allora cambia il personaggio. Ma non è la sola mutazione, anche il traghettatore Anver qui diviene invece una ragazza, Sara. Abbiamo dunque pareggiato lo scambio.

 Che ruolo ha la musica in questo film e cosa ne pensa del cast che ha scelto soprattutto sul personaggio maschile?

 Partirò a rispondere dalla seconda domanda. A mio avviso questo è il cast perfetto. Io di solito faccio film controcorrente e la mia produttrice è molto brava a trovare gli attori giusti, e non sono obbligato a scegliere per forza i suoi nomi, posso scegliere il cast che più mi piace. E poi mi piaceva molto Robert Sheehan e me lo immaginavo un’po’ simile al personaggio che doveva interpretare. Per quanto riguarda la musica è stata una scelta molto importante perché sono esigente sotto questo punto di vista, infatti nessun musicista fa più di un film con me.Da quando poi c’è il digitale, è possibile modificare una musica all’infinito, aggiungendo suoni o togliendone altri. Prima non era così, non si poteva agire più di tanto sulla traccia del musicista, che altrimenti doveva ricomporla dall’inizio. Per esempio, abbiamo dedicato molto tempo alla musica finale per modificarla, perché nel frattempo era diventata l’inno dei nazionalisti israeliani e non volevamo percorrere questa strada.

 In questi anni, dopo l’istituzione del Giorno della memoria, si è istituito un processo di museificazione della memoria, dall’altra parte, Faenza dichiara che l’Italia è un paese che ha perso la memoria. Tra la perdita e l’istitualizzazione della memoria, e quindi dello svuotamento di significato della memoria, questi film possono essere la risposta giusta per raccontare tutto ciò è stato. La prima domanda è dunque, come ha fatto a passare al cast il sentimento della memoria? La seconda invece, qual è il senso del finale del film che si chiude con la Aliyá, la partenza verso Israele, è questa l’unica speranza o nel film si poteva raccontare anche di chi è rimasto?

 Questo è un problema grosso, la memoria ora per i ragazzi è qualcosa che è visto in maniera pesante e quasi fastidiosa. Molti pensano che questo sia il solito film sull’orrore dei campi di concentramento, infatti abbiamo un grosso problema con la distribuzione di questo film, poiché gli esercenti invece di vedere il film hanno sentito la parola Aushwitz e si sono dunque immaginati che sia il solito film su Aushwitz e quindi ci tolgono le sale. Non mi è mai accaduto di uscire solo con quindici copie, la trovo una cosa offensiva soprattutto per il pubblico, perché la novità di questo film sta nel raccontare del dopo Aushwitz, che è una realtà che pochi conoscono. Nel cinema è stato trattato pochissimo, ed è un’occasione soprattutto per i giovani per confrontarsi con un tema diverso da quello solito. Non so davvero più come spiegare che il mio film è diverso. Io conto molto sugli insegnati, perché hanno una missione che è sottopagata, ma possono portare i ragazzi al cinema  e dimostrargli che non è il classico film sull’olocausto. Ad oggi noi ci siamo dati la missione di portare 100.000 ragazzi al cinema, ne abbiamo già 50.000 prenotati e risponderemo agli esercenti  con un  tentativo significativo. Sarebbe bello che per una volta vedessero prima il film e poi lo giudicassero.

Una domanda per Eline Powell (Anika), come si è preparata per questo film?

 Per prepararmi a questo film mi sono documentata, ho fatto ricerche e ho visitato di persona un campo di concentramento. E’ stata un’esperienza stranissima, ero molto coperta ma sentivo dentro di me un gelo che non riuscivo a fermare. Il background di Anita è terribile, ma allo stesso tempo la vicenda che racconta il film è semplice. Lei vive il suo primo amore, anche se con tutte le sue complessità e implicazioni, ma soprattutto è guidata da un forte sentimento di speranza.

 Una domanda per Robert Sheehan (Eli) invece, perché ha deciso di accettare questo ruolo?

 Ho accettato il ruolo di Eli perché mi interessava e perché mi piace sperimentare e fare ruoli diversi. Ho fatto ricerche sul regista Faenza, è straordinariamente prolifico e mi incuriosivano i suoi lavori. Avrei poi lavorato in Italia e per me sarebbe stata un’esperienza unica .Il personaggio di Eli è molto diverso da quello del libro, sarebbe stato troppo facile interpretarlo come il cattivo rude di turno. Io ho voluto lasciar convivere due aspetti: il suo essere mascalzone di natura e il suo tormento per il passato doloroso che ha dovuto affrontare. Interpretare un personaggio che era solo cattivo non sarebbe stato interessante. Ho voluto “riscaldare il personaggio”, dargli calore e umanità.

 Una domanda per Moni (zio Jacob), che qui interpreta una figura paterna, con una spetto un’po’ perduto forse. Quanto è importante in questo film la rappresentazione delle tradizioni ebraiche?

 Io sono uno dei revisionisti della sceneggiatura, mi è stato chiesto di interpretare questo piccolo cameo e per me è stato come sguazzare nel mio stagno. Da quarant’anni mi occupo di queste cose, ma volevo dare profondità  alla storia. Zio Jacob è un personaggio molto autorevole nel film, che ha contatti con il mondo esterno, e che si è dato la missione di offrire aiuto a chi lo chiede, di qualsiasi tipo esso sia:  chi vuole partire per la Palestina, chi vuole ricostruire la sua vita o andare negli stati Uniti o ritornare nel paese da cui è stato sradicato. Il carattere di zio Jacob me lo immagino come un ebreo bundista, che crede nella convinzione di creare una patria diasporica e di combattere per l’emancipazione dell’umanità insieme agli altri movimenti di emancipazione socialista. Va incontro con grande umanità e mette da parte l’ideologia. Non è sionista come Sara, che è pronta a combattere ed è pronta ad affrontare ogni difficoltà, infatti riporta dall’etica ebraica questa frase “I nostri maestri ci hanno insegnano che la Torah si tiene con due mani, con la testa e con il cuore” . Anche Aron è sionista, lui vorrebbe tenere la Torah con una mano e con l’altra sparare. Zio Jacob porta dentro di sé la diaspora in maniera radicata, alla quale non potrà mai rinunciare, e ciò si rivela quando canta, lui è il mondo radicato dello yiddish che vive dentro di me, dal quale io non posso prescindere. Si mette dunque a disposizione di tutti, con tenerezza, soprattutto con Anita. Con lei abbiamo stabilito un rapporto quasi padre-figlia che però non può essere definito così, lei ha un padre strepitoso, uno scienziato di fama mondiale scopritore dei tre farmaci fondamentali per bloccare l’AIDS. Diciamo quindi un rapporto da nonno a nipote. Lei mi ha nominato suo padre adottivo.

 In questo film c’è uno sguardo profondo e limpido, e la capacità di raccontare la rimozione e la dannazione della rimozione con speranza ma anche con innocenza. Era molto bella la frase iniziale : “Whatever doesn’t really happen is dreamed at night. It happens to one if it doesn’t happen to another, tomorrow if not today, or a century hence if not next year.” Il sogno dunque passa alle generazioni future, e la memoria ha senso se si ha il recupero dell’innocenza. (domanda di Lella Ravasi, analista junghiana)

Pensavo che ciò somigli al trattamento analitico, anzi ora mi dirai tu se è vero oppure no. C’è dunque un conflitto tra una persona che vuole ricordare e chi vuole dimenticare. Noi per empatia ci leghiamo a chi vuole ricordare, ma penso che anche chi vuole gettare le sue memorie nell’oblio abbia un diritto. Nel trattamento analitico il paziente tende a dimenticare fino al momento in cui riesce a tirare fuori ciò che non riusciva a esprimere.

Froid  raccomanda un buon uso dell’oblio. Tu infatti fai un ottimo lavoro, come anche in “Prendimi l’anima”. Qui c’è davvero un buon uso dell’oblio, ma allo stesso tempo hai mostrato la possibilità che esista uno sguardo innocente. Questo riapre alla speranza, ma anche  a un’ingenuità di chi è ancora aperto alla vita e che quindi si può permette di dimenticare qualcosa. (risposta di Lella Ravasi, analista junghiana)

Per la fotografia si ringrazia Jessica Calamita

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Ottavia Tonsi

Laureata in Comunicazione Interculturale con una fervida passione per tutto ciò che è made UK e made Japan. Neo recensore su The Voice Over.

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