Dallas Buyers Club: ecco il resoconto della conferenza stampa a Roma con Matthew McConaughey

Oggi si è tenuta a Roma la conferenza stampa di presentazione di Dallas Buyers Club, il film diretto da Jean-Marc Vallée con Matthew McConaughey, Jared Leto e Jennifer Garner nominato agli Academy Awards 2014 nelle categorie Miglior Film, Miglior Attore Protagonista e Non Protagonista, Miglior Montaggio, Miglior Trucco e Miglior Sceneggiatura Originale.
Ospite dell’incontro con la stampa è stato il protagonista Matthew McConaughey che con passione e ironia ha interagito con i giornalisti, presentandoci questo prodotto cinematografico e la sua carriera con grande sincerità.

dallas buyers club

TheVoiceOver ha partecipato all’evento che ha avuto inizio con una breve introduzione, nella quale è stato annunciato che la Good Films distribuirà la pellicola in almeno 150 copie con la speranza che aumenteranno.

Quale è stata la parte più difficile nell’interpretazione di questo ruolo?
La parte più difficile penso sia stato il fatto di riuscire a realizzarlo questo film, la sceneggiatura praticamente ha girato per una ventina di anni ed è stata rifiutata ben 137 volte, e spesso i finanziamenti che sembravano esserci poi sono spariti, anche per quello che ci riguarda ci sono venuti a mancare i soldi cinque settimane prima dell’inizio delle riprese. Per quello che mi riguarda la parte più dura, anche se non posso definirla come tale, forse la sfida più difficile è che Ron Woodroof è un personaggio che ha tanta rabbia dentro di se, in quanto si scontra con tutta una serie di opposizioni; la prima è rappresentata dalla morte, perché lui ovviamente fa di tutto per continuare a vivere, l’altra è l’FDA, quindi per me la sfida principale è stata quella di dimostrare tutta una serie di variazioni sul tema della rabbia, in modo da non dare come interprete un atteggiamento o una recitazione che fosse troppo ripetitiva.

Lei quando ha iniziato ad interessarsi alla sceneggiatura?
La sceneggiatura è arrivata sulla mia scrivania circa 5 anni fa, diciamo più o meno 4 anni prima che poi finalmente riuscissimo a realizzarlo. Quando mi è arrivata nessuno era coinvolto o comunque legato alla realizzazione, neanche il regista, e dopo averla letta mi sono detto “Io devo partecipare anche se non so in che forma ne so quando” e quello stesso anno mi sono detto cercheremo di farlo quest’anno ma non ci siamo riusciti ed è slittato all’anno successivo, ed ogni anno è andata così. La prima cosa che ho scritto sulla copertina della sceneggiatura quando l’ho letta è stata: “questa sceneggiatura ha le zanne e io sono stato azzannato”, ormai mi aveva preso ed avevo assolutamente intenzione di realizzarlo anche se poi continuava a slittare. L’anno in cui ci siamo riusciti era l’inizio di gennaio e io ho detto  “questa sceneggiatura verrà realizzata in un film nel prossimo autunno” e qualcuno ha cominciato a dirmi che lo avevo detto anche l’anno precedente ma io ero sicuro che questa volta ce l’avremmo fatta. In tante occasioni sembrava ci fossero i soldi che poi però sparivano, e quell’anno ci siamo incontrati a New York con Vallée, anche lui ha deciso di volerne far parte, ha detto “Io ci sto” ma i soldi non c’erano. Non abbiamo mollato, anche se tutti quanti ci dicevano che non ce l’avremmo fatta, e ci siamo imposti di non cedere e questo ci ha consentito di costruire la spinta verso la realizzazione del film. All’improvviso sono venuti fuori i soldi o almeno noi pensavamo fossero reali ma non lo erano e 5 settimane dall’inizio delle riprese sono spariti ma noi non abbiamo rinunciato, io nel frattempo avevo anche perso circa 20 kg e qualcuno ha iniziato a dire che forse era il caso di rimandare le riprese a primavera ma per me non c’era nulla da fare lo avrei fatto in autunno! Alla fine c’è stato questo piccolo miracolo, siamo riusciti a mettere insieme dei finanziamenti, che ovviamente non avevamo nelle nostre mani ma alle nostre spalle, comunque abbiamo potuto mettere insieme i pezzi e alla fine ce l’abbiamo fatta.

Come commenta la sua prima candidatura all’Oscar per la quale concorrono anche i colleghi con cui ha lavorato in The Wolf Of Wall Street?
Allora diciamo che io non ho fatto The Wall Of Wall Street per il quale ho lavorato solo 5 giorni, è stato candidato Jonah Hill, è stato candidato Leonardo DiCaprio che di nominations ne ha avute tante!
Vi racconto una storiella: quando ho scoperto che Martin Scorsese mi voleva incontrare per eventualmente affidarmi un ruolo in The Wolf Of Wall Street mi sono ricordato che io ho frequentato la scuola di cinema e mi sono detto “aspetta un attimo ma questo è il tizio di cui vent’anni fa studiavo alla scuola di cinema i film”, è stata una cosa un po’ strana e poi scendendo dalla macchina mi son fermato e mi sono detto “aspetta un attimo mi stanno portando in macchina da lui a incontrarlo a casa sua, nel suo appartamento”: è stata una cosa bellissima. La prima cosa che ho notato nel nostro incontro è che lui ha una profondissima conoscenza di cinema e che ama tantissimi i ruoli divertenti; quindi mi è stato offerto questo ruolo, la mia scena è tipo un fulmine, mi sono documentato, ho fatto ricerca, ho buttato giù delle cose, mi sono preparato, ho improvvisato, sono andato da lui e gli ho mostrato quello che avevo pensato di mettere su come personaggio e a lui è piaciuto subito, immediatamente. Quindi diciamo che dopo 5 riprese non ci parlavamo più neanche in lingua ma in musica, abbiamo girato quella scena quella mattina e devo dire che è stato davvero divertente.

Che ne pensa de La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, candidato all’Oscar come Miglior Film Straniero?
Non ho visto il film ma ieri sera ho avuto il piacere di incontrarne il regista, ma ci siamo detti qualcosa che normalmente in questo ambiente non si dice quasi mai, o meglio mai, ci siamo detti “Ciao e ci vediamo agli Oscar!”

Lei è partito molto forte potenzialmente, poi ha fatto vari film ma solo nell’ultimo periodo ha inanellato ruoli che sono quasi memorabili. Cosa è cambiato negli ultimi tempi? E’ una questione di scelte? Di offerta? Oppure una sua maturazione?
Credo che sia stata una combinazione di questi tre elementi che mi ha incitato, molto spesso mi è stata rivolta questa domanda e credo che sia davvero una domanda ottima alla quale ho cercato io stesso di darmi le risposte. Mi ricordo che circa tre anni fa ero arrivato a un punto della mia carriera in cui ero soddisfatto di quello che facevo, mi veniva offerti ruoli che mi  interessavano, mi piacevano però sentivo che ero interessato a qualcosa di più, che volevo cercarmi qualcosa di più. Ho deciso così di ricalibrare quello che era il mio rapporto con il mio lavoro, diciamo che avevo una vita più avventurosa di quanto non fosse la mia carriera, era più vitale, più eccitante, più entusiasmante ed ovviamente se avessi dovuto scegliere tra una e l’altra cosa sicuramente avrei preferito una vita avventurosa, ma ho cercato in un certo senso di dare una scossa a quella che era la mia carriera. Fino a quel momento mi arrivavano tutta una serie di sceneggiature che leggevo e mi dicevo “si questo ruolo lo posso fare anche domani” e in realtà però quello che avrei voluto ricevere come offerta era un ruolo che rappresentasse per me una sfida, che mi spaventasse, che mi facesse porre la domanda: come lo affronto? come mi preparo? Un ruolo che mi facesse mancare il terreno sotto i piedi, e così ho detto no di fondo a moltissime cose che mi erano state offerte, film d’azione, commedie romantiche e mia moglie mi diceva “vedrai che ad un certo punto il filone si esaurirà e non ti offriranno più niente” e così è stato, per un certo periodo non mi è stato offerto più niente. Grazie a Dio soldi abbastanza in banca ne ho, da mangiare sulla tavola ce lo posso mettere e così mi sono potuto permettere questo lusso, nel frattempo è nato il mio primo figlio ed è stata una cosa bellissima avendo tutto questo tempo a disposizione mi sono potuto dedicare a lui per circa un anno. Fondamentalmente credo che la vita funzioni così, nel frattempo io sono diventata una sorta di “buona idea”, un possibile attore a cui pensare per alcuni registi come Soderbergh, sono diventato una buona idea: potermi pensare in un altro ruolo; non c’è stato un re-branding ma una specie di cancellazione del marchio. Ormai ho superato la quarantina e questa è una cosa che succede a tutti gli uomini e non solo in questo settore, si comincia forse per effetto della maturazione ad avere nuove idee, nuove aspirazioni, nuove aspettative, e poi la cosa importante è la famiglia: quanto più un uomo si sente sicuro a casa tanto più è in grado di volare alto e lontano da casa. Ho chiuso quindi la casa di produzione musicale e quella cinematografica e ho deciso di voler essere solo un attore.

Avete ricevuto molti no, cos è in particolare che spaventava i produttori di questa storia? e poi una curiosità: perdere 20 kg non è un’impresa da poco rimanendo in salute e dovendo affrontare un ruolo così impegnativo, che richiede energie, come ha fatto?
Circa 23 kg!
Rifiutato 137 volte, quando qualcuno decide di investire soldi in un film, in particolare se si tratta degli studios, quello che dicono è “si voglio fare buona arte ma voglio anche fare i quattrini e riguadagnare quello che ci ho investito”. Quando leggi questo rigo di presentazione: film d’epoca, dramma sull’HIV, eroe omofonico, le tre cose che gli fanno dire “così i quattrini non li vedrò mai!”

Per quello che riguarda la perdita di peso, diciamo che è stata una cosa proprio da militante, è stata una cosa che ho fatto con una precisione specifica. Innanzitutto mi sono confrontato con un medico che ha calcolato quanto peso dovessi perdere, l’idea era quella di perdere una ventina di kg e per questa perdita mi sono dato un tempo di quattro mesi, perdevo circa un kg e mezzo due a settimana. L’ho fatto vivendo da eremita, mi sono rinchiuso, non sono uscito mai, non sono mai andato ad eventi sociali o incontri nei ristoranti, mi sono chiuso dentro e circondato delle cose di cui si sarebbe circondato Ron Woodroof in Dallas Buyers Club, sin da quel momento mi sono imposto questo regime. Per quello che riguarda l’energia, io clinicamente ero molto consapevole e la cosa sorprendente è stata che quanto più perdevo di potenza dal collo in giù tanta ne guadagnavo dal collo in su, avevo bisogno di meno ore di sonno, mi svegliavo tutte le mattine alle 4.00 a prescindere dall’ora in cui andavo a letto e poi è esattamente quello che accadeva a Ron: man mano che il suo corpo si rinsecchiva così prosperava la sua mente, la sua voglia e il suo desiderio di vivere, di sopravvivere. Questo l’ho potuto riscontrare anche in un mio amico che soffriva di cancro, la sua mente era come un uccellino affamato all’interno del nido, che desiderava cibo e vita.

Per questa sua nuova vita di attore quale è stato secondo lei il ruolo cruciale, e adesso come riparte, magari ri-ambisce al nuovo James Bond?
Io credo che sia stato un insieme di cose, non solo un ruolo specifico, ma da quello che ricevo dalle persone sono i lavori degli ultimi anni che rappresentano un cambiamento e probabilmente il primo ruolo è stato in The Lincoln Lawyer, questo thriller drammatico che è stato ben accolto ed ha dato buoni riscontri di botteghino, a quel punto le persone si sono ricordate anche film precedenti, degli inizi. Quindi forse è stato quello anche se non solo quello. Questo ruolo in Dallas Buyers Club non è stata una risoluzione, una destinazione, fa parte in un certo senso di quello che faccio, io amo mettere la testa sotto e lavorare,mi piace molto di più il processo di realizzazione di un film, che non vedere un film, mi piace quest’idea di concentrarmi quasi come fosse un’ossessione su quello che è il mio uomo, su tutti gli aspetti del mio personaggi finché un giorno non arriva qualcuno che mi dice “ok è finita, te ne puoi tornare a casa”: è questo quello che mi piace. Per quello che riguarda James Bond non ne so niente.

Qual è la caratteristica del personaggio di Ron che le è rimasta, che ha fatto sua, e qual è stato il rapporto con gli altri attori sul set?
In effetti quello che ho imparato da Ron non è una cosa specifica riguardante l’AIDS o l’HIV, ma ho imparato da lui che se vuoi qualcosa devi fartela da solo.

Per quello che riguarda gli altri attori fondamentalmente non è che ci siano stati questi grandi rapporti. Con Jennifer Garner ci conoscevamo perché avevamo già lavorato insieme in precedenza, non conoscevo Jared Leto e lui non conosceva me e ci siamo incontrati soltanto dopo aver finito le riprese: il giorno dopo io sono andato da lui e ho detto “ciao piacere io sono Matthew” e lui ha risposto ” ciao piacere io sono Jared”; prima di quel momento non c’era stato nessun incontro perché primo non avevamo tempo per chiacchierare e secondo non ci interessava neanche. Non ci interessava chiederci come stavamo o come era andata la giornata: io tutti i giorni andavo a lavoro ed incontravo Rayon e lui tutti i giorni incontrava Ron. Non avevamo tempo, non avevamo voglia, non c’era tempo per scambiarci chiacchiere che riguardassero noi personalmente e la nostra vita privata;  e questo è anche il bello di questo mestiere in cui vivi in una bolla, in cui, in quanto attore, sei qualcun altro. In quei 25 giorni in cui abbiamo girato noi siamo andati lì, abbiamo lavorato e guardavamo dall’esterno il resto del mondo e  il resto non ci interessava.

La mia domanda è una provocazione: Hollywood ha sempre mostrato una passione verso le trasformazioni fisiche, soprattutto da belli in brutti,  secondo lei la candidatura agli Oscar sarebbe arrivata anche senza i 23 kg di meno? e come sta vivendo l’attesa della magica notte degli Oscar?
Un essere umano non rappresenta necessariamente la misura di buona arte, nel senso che spingersi tanto avanti, molto in là può essere segno di espressione del se ma non significa necessariamente l’arte. Il fatto che io abbia perso tutto quel peso può aver rappresentato prima che la gente vedesse il film il valore dello shock, che magari una persona guardando il poster diceva “quanto è magro, quanto peso ha perso”, ma nel momento in cui vai a vedere il film, questo non è un film del Matthew McConaughey che è diventato secco ma un film che parla di Ron Woodroof. Dopo la prima scena tu non vedi l’attore ma vedi Ron, e questo è accaduto anche a me, dopo la prima scena seguivo il personaggio, certo sapevo di essere io (mi sono detto dopo la scena “mamma mia sembri un rettile”), però dopo mi sono perso seguendo la storia, il personaggio vero, perché lo percepisci, è evidente che questa è una storia vera, un uomo reale, lo percepisce il pubblico. Il film comunque l’impatto te lo da, qualcosa te lo lascia e non vale solo per me ma anche per gli altri protagonisti, per Jared Leto, si all’inizio il valore scioccante era quanto peso avesse perso ma è poi la storia che prende il sopravvento.

Per quello che riguarda gli Oscar devo dire che non vivo una sensazione di aspettativa, non sono lì ad aspettare, in realtà mi sto godendo questo periodo, vado in giro per il mondo a parlare di questo film, sono oggi qui poi andrò in Germania, in Inghilterra e poi tornerò in America e continuerò a raccontare, a condividere questa storia, questa esperienza della realizzazione di questo film. Ma in realtà il film mi precede, io sono qui dentro questa sala a parlarvi di questo film, ma questi è arrivato prima di me, parla da solo non ha bisogno di promozione. Io vorrei continuare a parlarne per i prossimi cento anni, non mi stancherò mai di parlare di questa esperienza, di quello che è stato per me realizzare questo film, probabilmente anche per il modo in cui è stato fatto perché è qualcosa di speciale, di particolare, perché è stato fatto in poco tempo, perché non riuscivamo a realizzarlo, perché ci siamo riusciti con meno di 5 milioni e la cosa bella è che non sono solo io ma sono tutti gli attori, la sceneggiatura, è candidato come Miglior Film ed io ne sono estremamente orgoglioso e non smetterò mai di parlarne.

Per quanto riguarda le case farmaceutiche, che sono l’obiettivo della lotta del protagonista, e il problema delle cure alternative, volevo sapere, dato che anche in Italia ci riguarda moltissimo, che ricaduta aveva avuto questo aspetto del film, questo tema in America e cosa ne pensa Lei di questa questione?
Innanzitutto va detto che nel 1986 l’HIV era una patologia che i medici non sapevano come curare, non sapevano che diavolo fare, e quindi davano l’AZT alle persone, glielo davano perché si erano resi conto che aveva funzionato con alcuni malati di cancro. Che poi l’AZT ammazzasse non soltanto il virus ma anche tutte le altre cellule e quindi le persone che la prendevano dicevano che la loro qualità della vita facesse schifo, non creava un’alternativa per i medici che non sapevano assolutamente cosa fare. Inoltre la cura per l’HIV non era proprio in cima alla lista delle cose da trovare, perché era un qualcosa che ai gruppi di interessi importava poco. E’ stato Ron Woodroof che ha fatto casino, che ha fatto sentire la sua voce e quindi l’FDA ha dovuto prendere nota che ci fosse questo problema, ha cercato di gettare una luce su questo problema. Per quello che riguarda le medicine alternative, Ron sapeva che esistevano, sapeva che funzionavano, ha fatto ricerca facendo capire che non erano state sufficientemente studiate. Tra le altro cose lui ha fatto rumore, è andato in tribunale ma ha perso, non ha vinto la causa, non è stato il crociato che ha marciato su Washington ed è riuscito a vincere la sua battaglia, ma se non altro ha sollevato il problema, la polvere ed ha fatto si che comunque la pratica dello studio, delle medicine per la cura per l’HIV in un certo senso abbia scalato la pila di altre pratiche che dovevano essere prese in esame da i componenti del Congresso. Se una persona è affetta da una patologia terminale e comunque la sua vita avrà presto fine perché impedirgli di provare questa alternativa? d’altra parte però capisco che ci sono anche vari problemi come le cause che vengono intentate, le compagnie di assicurazione, con tutti questi elementi in gioco la situazione non è mai molto chiara. La medicina è business, quando si mescolano, quando si incrociano c’è sempre uno scontro, c’è sempre qualche problema, ci sono sempre delle zone grigie. Per quello che personalmente mi riguarda so di persone che hanno assunto e assumono medicine alternative e per loro funziona ed ha un buon effetto e per altri invece non ce l’ha. Questa questione è particolarmente rilevante anche in America soprattutto per quello che riguarda l’assistenza sanitaria e la riforma che è stata approvata da Obama e questa è la cosa particolare e speciale di questo film: che è un film d’epoca, ambientato nel 1986, ma un film la cui rilevanza è estremamente attuale, in un certo senso rimane attaccato alla pelle della gente.

La comunità gay come ha recepito questo film?
Per quello che riguarda il modo in cui la comunità gay e lesbica ha accolto questo film, devo dire che è stato accolto molto molto bene. Molte persone sono venute da me, e di molte altre so che hanno detto “ah si mi ricordo di quel periodo, in quel periodo ho perso un amico, un fratello”. Andando a guardare indietro, a riguardare gli anni ottanta, facendo un confronto con la situazione attuale, devo dire che all’epoca l’argomento era un tabù, era una vergogna essere affetti da questa malattia, non se ne parlava, non si metteva il titolo, e oggi mi rendo conto che magari alcune persone che conoscevo, che non ci sono più, erano affette da HIV, AIDS, però non ne hanno mai parlato, non hanno mai dato il nome a questa malattia, ma oggi non è più così. Quindi questo film è importante sia per le generazioni più grandi che per le giovani generazioni che non hanno alcuna idea di com’era all’epoca, che non hanno alcuna idea di come è arrivata l’HIV, di come è stata affrontata in America, cosa l’FDA approvava e cosa non approvava. Oggi l’FDA ha approvato un farmaco, un cocktail di tre farmaci tra cui l’AZT i cui effetti negativi sono compensati dagli altri due ed è quindi molto più efficace: dal punto di vista medico si è fatta quindi molta strada. Oggi si può parlare dell’HIV e dell’AIDS senza vergogna, senza pudore, all’epoca significava essere stigmatizzati come lebbrosi, si era messi da parte, allontanati, oggi non è più una cosa che si nasconde, oggi non c’è bisogno di vergognarsi ma è ancora molto importante.

 

 

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Silvia Piccoli

Studentessa in Scienze della Comunicazione con una grande passione per il cinema, si occupa dell'amministrazione di TheVoiceOver.it ed in particolare gestisce le sezioni Film (Clip e Featurette), Movie Trivia e Premi/Festival.

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