12 Anni Schiavo, la recensione

“Non dire a nessuno chi sei, che sai leggere e sai scrivere.”
“Non dire a nessuno chi sono…questo vuol dire sopravvivere .Io voglio vivere”

Il 2013, sembra davvero essere l’anno dell’emancipazione dei film americani che trattano della condizione della popolazione afroamericana, e del lungo cammino che ha dovuto intraprendere per ottenere  diritti pari ai bianchi. Dopo “The Butler: Un maggiordomo alla Casa Bianca”, è la volta dell’attesissimo  “12 Anni Schiavo”, con la regia del brillante Steve McQueen.

Ma se con “The Butler”, le richieste della comunità nera erano pressanti e violenti, nel lontano 1841, gli Stati Uniti d’America erano spaccati a metà ,nell’accettare o meno, per gli afroamericani, la libertà e il diritto di essere riconosciuti come essere umani.

Nei progressisti stati del Midwest, dopo la rivoluzione americana, si decise nel 1820 di abolire totalmente la schiavitù, e si andò a formare dunque un blocco nord di stati liberi, unito geograficamente e politicamente da una cultura antischiavista, tracciando poi con il fiume Ohio, una linea di demarcazione, la Mason-Dixon, con il resto degli stati americani che non avevano sposato la causa.

TWELVE YEARS A SLAVE

Ma abitare nel florido stato di New York, non garantiva l’immunità dal rischio di cadere nelle mani degli schiavisti del sud.

Solomon Northup, un brillante violinista con una carriera in ascesa, che vive a Saratoga con la sua famiglia, cade vittima di un inganno ordito dai suoi procacciatori, e prima che possa rendersene conto, viene rapito, deportato e venduto come schiavo in Louisiana. I suoi documenti sono scomparsi e così svaniscono anche il suo nome e la sua identità, trasformandosi in mera merce di scambio, valutato con gli stessi criteri con cui si giudica un buon animale da lavoro.  Ma chi ha sempre vissuto nella libertà, non può piegarsi a questa nuova esistenza docilmente, e per quante percosse possa ricevere, non scorderà mai la sua vera identità.

Steve McQueen,  sin da principio, voleva raccontare le vicende di un uomo che aveva conosciuto sia il bene della libertà che l’ingiustizia della schiavitù, e per un fortuito caso, si ritrovò tra le mani la biografia di Solomon Northup, che fu best seller nel lontano 1853. Il libro narra dei lunghi dodici anni di schiavitù, che Solomon trascorre in diverse piantagioni della Louisiana, passando nelle mani di padroni diversi, e raccontando la cronaca sconvolgente di una storia vera, ammantando il libro di un carattere estremamente moderno.

12-years-a-slave

L’opera di McQueen esalta tale peculiarità, riuscendo magnificamente a coinvolgere lo spettatore nella lunga e tortuosa odissea di Solomon nel tornare nella piccola e ormai lontana Saratoga, ma al tempo stesso, facendo emergere le convinzioni radicate negli stati anti-abolizionisti e le incongruenze che caratterizzavano le loro formae mentis. Estremamente esplicativo è infatti, il colloquio tra il violento proprietario terriero Edwin Epps e il canadese Samuel Bass, che con una logica inoppugnabile, impone allo schiavista una fuga silenziosa.

Oltre alla superba regia di Steve McQueen, a rendere il film un autentico capolavoro, è l’interpretazione di Chiwetel Ejiofor, nel ruolo di Solomon Northup, che fa rivivere sul grande schermo lo shock e il disorientamento del protagonista e la sua vivida illusione che possa un giorno finalmente tornare a casa da uomo libero. Ed è proprio questo desiderio, a dargli la forza di poter superare i momenti più difficili, con il costante obiettivo di vivere e, non di sopravvivere, in un ruolo che non è il suo.

DF-02290FD.psd

A seguire, è impossibile non rimanere senza fiato, davanti alla follia crudele di Edwin Epps, abilmente fomentata da Micheal Fassbender, che sconvolge lo spettatore con la sua esistenza tormentata, scandita da eccessi di rabbia a  momenti di quieta e folle fissazione per la schiava Patsey. Vessato dalla moglie, che lo condanna per i ripetuti e deplorevoli tradimenti con la bracciante, e al tempo stesso, messo costantemente alla prova da Solomon, che non riconosce la sua autorità, Edwin Epps reagisce aggrappandosi all’illusione del controllo esercitato in modo cruento e dispotico sui suoi schiavi.

La più brillante ed efficiente tra gli schiavi è proprio Patsey, che riceve nuova vita grazie a Lupita Nyong’o, che con la sua interpretazione, caratterizza il personaggio in un poliedrico mix di dolcezza e forza d’animo inoppugnabile. Lupita manifesta abilmente il tormento che Patsey prova costantemente, perseguitata dall’ossessione del padrone e dall’odio della moglie, riversa ogni energia nella raccolta del cotone, superando sempre gli altri braccianti. Toccante è la scena in cui Patsey, in un raro momento di quiete, intreccia bambole con le bucce di mais, cogliendo a piene mani dagli studi che lei stessa a fatto sulle donne dell’epoca.

DF_02659.CR2

Quando Solomon giunge presso la tenuta di Epps, non è il solo a rimanere scioccato, anche lo spettatore è disorientato davanti a tanta crudeltà, così ossimorica alle maniere calme di William Ford, il precedente proprietario di Solomon, interpretato da Benedict Cumberbatch. Dai modi gentili e fervente predicatore, ammira l’intelligenza di Solomon e lo favorisce in ogni modo, ma nonostante sia cosciente che la morale schiavista sia incongrua con quella biblica, non sfugge  al sistema.Non ha infatti remore, ad acquistare una schiava dividendola dai figli, così come, vendere Solomon, quando questi è diventato una figura troppo ingombrante da proteggere.

TWELVE YEARS A SLAVE

La sferzata della frusta, che spesso colpisce le carni di Solomon, marchia inevitabilmente anche lo spettatore, illuminando finalmente gli atti vergognosi, che troppo spesso gli americani si dimenticano di aver compiuto. Poiché la segregazione razziale non è iniziata con il nazismo, ma anni prima nella terra del capitalismo.

 

“12 Anni Schiavo” è un film diretto da Steve McQueen. Il cast è formato da Chiwetel Ejiofor, Micheal Fassbender, Benedict Cumberbatch e Lupita Nyong’o; nelle sale dal 20 Febbraio 2014.

The following two tabs change content below.

Ottavia Tonsi

Laureata in Comunicazione Interculturale con una fervida passione per tutto ciò che è made UK e made Japan. Neo recensore su The Voice Over.

Ultimi post di Ottavia Tonsi (vedi tutti)

Rispondi