Lei (Her), la recensione

“Ma il cuore non è una scatola che puoi riempire. Più ami, più si espande”

La Notte degli Oscar appena trascorsa ha portato, come sempre, delusioni e soddisfazioni. Ma se c’è una vittoria più che meritata, è quella per la Miglior Sceneggiatura Originale, assegnata a Spike Jonze per Lei (Her). Presentato in anteprima al Festival Internazionale del Film di Roma, e già vincitore del Golden Globe per la Migliore Sceneggiatura Originale, Lei avrebbe meritato di vincere in almeno altre tre delle cinque categorie per cui era candidato, per non parlare della mancata nomination del protagonista Joaquin Phoenix, ingiustamente snobbato dall’Academy e che forse avrebbe dato del filo da torcere al vincitore Matthew McConaughey.

Non innamorarsi di Lei è impossibile: quest’ultimo film di Spike Jonze è semplicemente una piccola gemma preziosa, scritto, diretto ed interpretato meravigliosamente. Una storia struggente, profonda, divertente ed originale, dalle atmosfere così coinvolgenti da suscitare reazioni quasi epidermiche. Autore singolare in grado di penetrare nella sfera emotiva dei suoi personaggi attraverso pretesti originali ed eccentrici, Spike Jonze dà vita ad una storia, per la prima volta interamente scritta da lui, in cui la tecnologia è solo un mezzo per indagare qualcosa di più profondo.

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Ambientato a Los Angeles in un futuro non troppo lontano, Lei racconta di Theodore Twombly (Joaquin Phoenix), un uomo sensibile e complesso che si guadagna da vivere scrivendo lettere per altre persone. Distrutto dalla fine del suo matrimonio, Theodore resta affascinato dalla pubblicità di OS1, il primo sistema operativo a possedere un’intelligenza artificiale in grado di ascoltarti, capirti e conoscerti. Infatti Samantha, così decide di chiamarsi l’OS1 di Theodore, non è solo un sistema operativo: è una voce da ascoltare in auricolare, in grado di cambiare ed evolversi attraverso le esperienze che vive. Samantha (Scarlett Johansson nella versione originale e Micaela Ramazzotti nella versione italiana) è vivace, curiosa, perspicace ed intuitiva, empatica, sensibile, spiritosa e sorprendentemente autonoma. Via via che i bisogni ed i desideri di lei crescono insieme a quelli di lui, la loro amicizia si fa sempre più profonda finchè non si trasforma in vero e proprio amore.

Spike Jonze ha impiegato quasi dieci anni per completare la sceneggiatura: l’idea gli venne da un articolo che lesse su Internet, in cui si parlava di un servizio di messaggistica istantanea che consentiva di chattare con un’intelligenza artificiale. Da qui la nascita di questo affascinante esperimento di fantascienza romantica se proprio dobbiamo usare una definizione di genere, un’opera semplice eppure molto complessa, fondata principalmente sull’amore e sulle relazioni, sulla natura delle vere emozioni e sulla realtà dei sentimenti. Il rapporto tra l’essere umano e la macchina è un campo minato al cinema: innumerevoli sono i film che ragionano sulle possibilità di una perdita del controllo dell’uomo sulle macchine, oppure sulle reali gamme di emozioni che un’intelligenza artificiale è in grado di percepire. Spike Jonze sceglie dunque di seguire un percorso piuttosto difficile ed accidentato, sempre in bilico tra il banale ed il già visto. Ma il regista non si concentra affatto sulla tecnologia o sull’alienazione umana: ciò che gli interessa sono le dinamiche emozionali, le interazioni di due individui estranei all’interno di una relazione, la forza devastante dell’amore, una “follia socialmente accettata” come la definisce Amy, la migliore amica di Theodore, interpretata da un’arruffata e fragile Amy Adams.

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Altro che analisi sociologica sull’inaridimento dei rapporti umani. Qui l’espediente futuristico ed il rapporto con le macchine servono esclusivamente per mettere in scena una storia d’amore dolce e struggente, assurda ma credibile, mai smielata ed a tratti utopica. Il film s’interroga su come sia possibile in una relazione mantenere la propria libertà di cambiare senza spaventare l’altro, ma anzi arricchendosi l’un l’altro. La storia tra Theodore e Samantha è una storia d’amore come tutte le altre, tenera e complicata, come d’altronde lo sono tutti i rapporti, fatti di paure e d’insicurezze, che anche Samantha riesce a provare. “Lei” infatti è un sistema operativo, ma non dà mai risposte automatiche, tutte le informazioni che possiede le rielabora in tempo reale ed in maniera molto individuale: la cosa più bella di Samantha è che riesce ad emozionarsi quando scopre qualcosa di nuovo, ad essere entusiasta della vita. Ed è proprio questa fame di vita che mancava a Theodore dopo la separazione da sua moglie Catherine, interpretata da Rooney Mara. Una storia d’amore che lo ha molto segnato, che ancora lo tormenta e che fa fatica a lasciarsi alle spalle, come notiamo dai muti ed improvvisi flashback della sua vita passata.

Per quanto assurdo, il fatto che Samantha sia un computer sembra quasi non essere fondamentale, grazie all’umanità della voce di Scarlett Johansson. Rauca e profonda, volubile e sofferta, la voce dell’attrice assume toni così reali ed intensi tanto d’aver ricevuto il premio come Miglior Interpretazione Femminile al Festival del Cinema di Roma, nonostante non appaia mai fisicamente sullo schermo. Anche per lei era facile cadere nel clichè del personaggio dall’intelligenza artificiale già visto al cinema. Samantha invece ride ed ama, ma soffre anche molto, soprattutto a causa del suo corpo assente, una frustrazione che la porterà a trovare escamotage e surrogati assurdi, fino poi ad accettare con Theodore la singolarità della loro relazione. Infatti se nella prima parte del film ci si stupisce del rapporto tra Theodore e Samantha, nella seconda questo passa completamente in secondo piano, mentre la bellezza di una normale storia d’amore diventa il fulcro del film. Theodore dal canto suo s’interroga sulla natura reale delle sue emozioni fino a viverle così intensamente da esserne travolto. Spike Jonze affida l’intero suo film alla strepitosa bravura di Joaquin Phoenix, che interpreta un personaggio che fisicamente non interagisce con niente e nessuno per quasi tutto il tempo. Grandissima sfida per l’attore, che regala un’interpretazione commovente e sbalorditiva. Le sue movenze, le sue espressioni e le sue reazioni, riprese in maniera quasi schiacciante e claustrofobica dalla macchina da presa, sono molto intense e ci fanno immergere completamente nello stato d’animo di Theodore. In lui ci sono molta tristezza e nostalgia, ma anche allegria e spensieratezza, in un contrasto molto tenero ed interessante, che un Joaquin Phoenix dall’inusuale baffetto retrò ha saputo restituire in maniera strepitosa.

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Il film è ambientato in una Los Angeles del futuro, un futuro appena dietro l’angolo però, assolutamente non distopico o apocalittico, il più credibile mai visto sullo schermo. Così come il film non cade nei soliti clichè sull’androide, allo stesso tempo le ambientazioni ed i costumi sono assolutamente fuori dalle solite visioni futuristiche. Lo scenografo K.K. Barrett ha svolto un lavoro fondamentale per dare vita alla visione tenera ed intimista di Jonze: ciò che di solito viene associato al futuro, come l’elemento “Alien”, le architetture metalliche, le forme ed i colori netti o gli oggetti tutto funzionalità e poca estetica, tutto questo viene sostituito da uno stile morbido e sinuoso, caldo e colorato, in sintonia con la dolcezza del film. Le linee eleganti ricordano a tratti lo stile estetico della Apple, ma con un sapore vintage, molto anni ’60. Stesso discorso per i costumi: Casey Storm elabora costumi con tagli retrò, dai colori pastello, con dettagli anni ’50, come i pantaloni a vita alta o gli occhiali Tom Ford style. Gli esterni, realizzati a Shangai, sono molto addolciti da una fotografia simile ad un effetto Instagram. Tutto è in armonia con tutto, così come la colonna sonora, firmata dagli Arcade Fire, col magnifico brano candidato all’Oscar “The Moon Song” di Karen O.

Nota al doppiaggio italiano. La voce è l’elemento centrale in questo film e nella versione italiana la voce di Samantha è affidata all’attrice Micaela Ramazzotti. Senza essere in alcun modo polemici, bisogna però dire che i timbri vocali della Johansson e della Ramazzotti sono profondamente diversi, quindi viene automaticamente da chiedersi se non ci si trovi davanti all’ennesimo caso di “doppiaggio vip”. Senza però essere prevenuti e potendo esprimere un giudizio in seguito alla visione del film in entrambe le versioni, il verdetto è assolutamente negativo: Micaela Ramazzotti riesce quasi a rovinare il film, modificando radicalmente le sensazioni che la voce originale riusciva a trasmettere. In particolare una scena, molto difficile dal punto di vista prettamente visivo, che Spike Jonze aveva concepito magistralmente, evitando di renderla ridicola, nella versione italiana diventa qualcosa d’insopportabile da ascoltare. La delicatezza di questa particolare scena è tale che lo spettatore è addirittura escluso per mezzo dello schermo che diventa improvvisamente nero, a causa della profonda intimità: bene, se durante la visione l’atmosfera era d’ilarità anziché di emozione, allora vuol dire che qualcosa nel doppiaggio è andato storto.

Doppiaggio a parte, la storia di Jonze coinvolge ed appassiona perchè racconta una storia d’amore semplice e vecchio stile, ma con un impianto di sfondo futuribile. La conclusione, dal sapore agrodolce, mostra come in realtà il film cerchi di analizzare il lungo processo attraverso il quale viene elaborata la fine di un amore: alla fine è come se Theodore riscoprisse la propria umanità grazie alla tecnologia. E questa è una lettura interessante in un’epoca in cui le nuove tecnologie vengono spesso demonizzate. A Spike Jonze comunque non interessa essere l’ennesimo a parlare del rapporto tra uomo e tecnologia: lui ci mostra semplicemente il modo in cui le persone migliorano attraverso quest’esperienza. E’ innegabile però che il film faccia vedere la complessità dei rapporti umani: la gente non riesce a scrivere lettere d’amore e per farlo le commissiona a terzi, il personaggio di Olivia Wilde, una donna con cui Theodore ha un appuntamento al buio, ha sicuramente dei problemi d’insicurezza legati alla propria sessualità, così come la ragazza che si offre come surrogato di Samantha. In realtà non sappiamo quanto questa difficoltà nel relazionarsi sia diretta conseguenza della troppa tecnologia, questo Spike Jonze non ce lo dice affatto. Ci mostra piuttosto la fragilità e la difficoltà dell’uomo nel reagire in seguito ad un forte dolore, la fatica di andare avanti e voltare pagina. I problemi relazionali sono senza tempo, ed è facile per lo spettatore immedesimarsi, anche grazie a dei momenti divertenti tra Theodore e Samantha, come le piccole liti o i silenzi imbarazzanti, tipici di una normalissima coppia. E’ come se il perfetto equilibrio fra scenario futuro ed atmosfere retrò rendesse tutto molto contemporaneo ed attuale.

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Lei (Her) è un film dolcissimo e poetico, ricco d’ironia, tristezza e semplicità narrativa, che regala allo spettatore spunti di riflessione e momenti molto, molto emozionanti. L’unica vera ed inaspettata sorpresa degli Oscar 2014.

 

Lei (Her) è un film scritto e diretto da Spike Jonze. Con Joaquin Phoenix, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde e Scarlett Johansonn nella voce di Samantha. Prodotto dalla Annapurna Pictures e distribuito dalla Bim Distribuzione; sarà nelle sale italiane da giovedì 13 Marzo 2014.

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Serafina Pallante

Laureata al DAMS di Roma. Appassionata di cinema in tutte le sue forme ed espressioni, studia per diventare critico cinematografico. Su TheVoiceOver si occupa della sezione Recensioni.

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