Noah di Darren Aronofsky, la recensione

Chi se lo sarebbe mai aspettato di ritrovarsi a riflettere sulla grandezza del cinema di Peter Jackson guardando un film che, in teoria e sottolineo in teoria, di fantasy non dovrebbe avere nulla. E’ per giunta anche divertente se si pensa che Tolkien nell’immaginare e descrivere la Terra di Mezzo e l’epopea de Il Signore degli Anelli sia stato influenzato proprio dalla Bibbia. La storia di Noè è nota a tutti, credenti e non: il Diluvio Universale e la costruzione dell’Arca descritti sono vicende così profondamente radicate nella nostra cultura che anche solo l’idea di trasporle al cinema ha dell’ambizioso. Darren Aronofsky, ateo ma di educazione ebraica, dopo film come Pi Greco – Il Teorema del Delirio e The Fountain – L’Albero della Vita, che riflettevano entrambi sulla religione e sul rapporto dell’uomo col divino, scrive insieme allo sceneggiatore Ari Handel (di educazione ebraica anche lui) e dirige Noah. La materia scotta ed il risultato è uno di quei film destinati a spaccare in due il pubblico, che sia esso ateo, credente o indeciso. Una pellicola che è facile giudicare troppo ambiziosa, presuntuosa e moralista, bollandola come un mero prodotto spilla soldi. Più difficile è invece analizzare la sua complessità ed il profondo messaggio che trasmette, senza fermarsi a meri e sterili paragoni che comunque vanno fatti, ma che non per questo pregiudicano il valore intero dell’opera. Ma andiamo con ordine e con molta cautela.

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Che la Bibbia abbia in sé un potenziale narrativo ma soprattutto altamente spettacolare è dimostrato da una lunghissima produzione cinematografica, soprattutto hollywoodiana, basti ricordare l’epico I Dieci Comandamenti con Charlton Easton. Dopo innumerevoli prodotti d’animazione ed un film del 1966 con John Huston, mancava però ancora un vero e proprio kolossal su Noè, la cui epopea così nota e radicata in ognuno di noi, è invece piuttosto difficile da narrativizzare. La storia di Noè e del Diluvio infatti si sviluppa in pochissimi capitoli della Genesi, una manciata di pagine in cui scarseggiano descrizioni approfondite ed in cui lo stesso Noè, oltre a non parlare mai, è caratterizzato molto superficialmente. Nonostante lo scarso materiale di base, Darren Aronofsky, da sempre affascinato dalla figura del patriarca, realizza una pellicola di 138 minuti proprio intorno all’epica figura di Noè, in cui s’intrecciano temi e generi cinematografici diversi, ma che pone al centro della vicenda non tanto gli avvenimenti della costruzione dell’Arca e del Diluvio, quanto piuttosto i turbamenti e la lotta interiore di un semplice uomo che si trova ad avere a che fare con qualcosa di molto più grande di lui che non sempre riesce a comprendere. Interpretando con molte libertà l’iconografia visiva (a partire dalla forma canonica dell’Arca), Aronofsky rimane però fedele al testo di partenza, utilizzando spesso gli stessi dialoghi e le stesse parole della Genesi. Le differenze tuttavia sono numerose: il film inventa ed aggiunge rispetto all’originale il rapporto di Noah con la propria famiglia, formata dalla moglie Naameh (Jennifer Connelly), dai figli Sem (Douglas Booth), Cam (Logan Lerman), Jafet (Leo Carroll) e da Ila (Emma Watson), figlia adottiva di Noah, personaggio completamente inventato per la pellicola. In generale il ruolo delle donne è un elemento ex-novo del film, così come i poteri di natura magica di Matusalemme, oppure la componente action-man di Noah, che non esita a buttarsi in combattimenti corpo a corpo.

Il regista dunque si prende le necessarie e dovute licenze per illustrare la propria visione della storia ed il risultato è particolare, complesso, altalenante e di duplice (se non triplice, quadrupla) interpretazione. Nella sfida di realizzare un kolossal epico dalla forte interpretazione autoriale, Aronofsky scivola diverse volte, soprattutto nella costruzione della coerenza e della credibilità. Le ambientazioni ad esempio, nonostante i paesaggi mozzafiato, sembrano uscite direttamente da un film distopico o post-atomico degli ultimi anni più che da uno scenario primitivo della Terra. Il Creatore, che nel film non viene mai nominato, si manifesta attraverso visioni indotte da funghi allucinogeni e la sua volontà sembra più il frutto di un incantesimo nel senso più stretto del termine. Nella Bibbia è Dio a parlare a Noè, in modo chiaro ed inequivocabile, mentre nel film noi non sentiamo mai la Sua voce, ed il messaggio di distruzione è piuttosto ambiguo e confuso da interpretare. Strano è anche il modo in cui il regista newyorkese affronta lo spinoso problema che ogni film post-apocalittico possiede, quello della creazione di una nuova stirpe, risolvendolo inizialmente con un intervento “magico” e del tutto poco coerente del nonno di Noah, Matusalemme, ed in seguito con una soluzione fin troppo prevedibile.

Altra caratteristica della storia e affrontata malissimo nel film è la presenza degli animali che rischiano sempre di creare un’atmosfera troppo da zoo. Ma Aronofsky furbissimo opta per una soluzione facile facile: l’arrivo degli animali, due per ogni specie, sarebbe stato evocativo se non fosse che tra la massa indistinta di creature che avanzano non si riesce a distinguere neanche una specie, strisciante o saltellante. D’altronde lo stesso Russel Crowe si era fatto promettere da Darren di non essere mai ripreso secondo il luogo comune su Noè, ovvero con due giraffe dietro la testa: promessa fortunatamente mantenuta dal regista, ma la scelta di rendere la moltitudine di animali di un unico colore indistinto, tra l’altro simile all’antrace dell’Arca e quindi facilmente sovrapponibile digitalmente, sembra più una scusa per non dover affrontare registicamente il problema. Ancor più se si pensa che nella dispensa di erbe e funghi allucinogeni di Noah esiste anche uno strano incenso che ha il potere (ma tu guarda un po’) di mandare tutti gli animali in letargo non appena entrati nell’Arca: davvero astuto il nostro Aronofsky, che con un unico colpo di sceneggiatura, evita i mille problemi visivi e di CGI durante i 138 minuti. Troppo facile ed approssimativo drogarli e rinchiuderli nell’Arca, dove tra l’altro s’infiltrerà e si nasconderà per mesi un misterioso personaggio, stranamente riuscendo sia a non farsi notare da nessuno sia a non morire di fame. Non mancano i momenti comici: sbornie consolatorie post-missione, viaggi solitari alla ricerca di forme di vita in terre disabitate, nonnetti new-age insopportabilmente stupidi e dagli strani poteri magici, nonché una grande quantità di ormoni impazziti tra i figli di Noah, adottati e non (che sia Emma Watson che “guarita” dalla sterilità salta addosso a Douglas Booth, oppure sempre questi ultimi ripresi in primo piano nei loro sorrisini maliziosi proprio nel bel mezzo del disastro, oppure ancora Logan Lerman, solo e triste ragazzino che più che della volontà divina ha a cuore un interesse ben più terreno). Tutti elementi che suscitano risate e sbuffi perplessi di fronte ad una comicità, in dubbio se voluta o meno, in un film che di comico non dovrebbe avere nulla.

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All’inizio di questa recensione si accennava a Peter Jackson: strano tirarlo in ballo a proposito di un kolossal biblico, ma la realtà è che, in uno strano gioco di ribaltamento, il cinema di questi anni è figlio del fantasy, più in particolare di ciò che Peter Jackson è riuscito visivamente a fare dell’opera di Tolkien. Fa sorridere pensare che i maggiori detrattori del genere siano sempre stati gli uomini di fede e che proprio questi ultimi si ritrovino a guardare un film sul più importante dei patriarchi che tanto prende spunto dall’universo del fantastico. Ma cos’è il fantasy se non una rivisitazione dei grandi temi religiosi? E’ così poco auspicabile una fusione cinematografica di due generi che a livello prettamente simbolico hanno sempre avuto moltissimi elementi in comune? Ed è così che gli Angeli Caduti di Noah sono il risultato di un mix tra gli Ent de Il Signore degli Anelli, i Giganti di Roccia de Lo Hobbit ed il Mordiroccia de La Storia Infinita, le scene di battaglia ricordano molto quelle di Minas Tirith o del Fosso di Helm, le panoramiche sono epiche e dall’ampio respiro e più in generale l’atmosfera che si percepisce durante la visione è simile a quella che si può percepire gustando un film fantasy.

Il film inizia con l’alternarsi di buio ed immagini dell’Eden, del Peccato Originale, del serpente e dell’assassinio di Abele (sequenze queste che diventeranno il leit motiv del film) che introducono alla storia della nascita del mondo. Tutta la prima parte ci presenta il personaggio di Noah come un uomo che ha perso molto durante la sua vita, ma che persevera nell’insegnare ai suoi figli il rispetto per il Creato. In seguito alle visioni di distruzione del mondo che gli appaiono in sogno, Noah intraprende un viaggio di accettazione per ciò che dovrà fare, che sembra molto spesso spaventarlo ma che continua a portare avanti con fede ceca ed irremovibile. Il climax del film è costituito dalla sequenza del diluvio, altamente spettacolare e farcita di battaglie di jacksoniana memoria. Si potrebbe pensare che questa sia la parte più importante del film, il suo clou per così dire: invece con una velocità inaspettata si lascia spazio al vero dramma della storia, la lotta interiore di Noah e della sua famiglia all’interno dell’Arca. Se il mondo e le ambientazioni del film sono più magiche che reali, gli uomini invece sono molto concreti e materiali, disposti a tutto per perseverare ciò in cui credono, la volontà di Dio per Noah, la salvezza della famiglia per Naameh, Ila e Sem, la propria sopravvivenza per Tubal-Cain, la vendetta per Cam. Il Noè di Aronofsky è tormentato, invasato e fanatico, interpreta male il volere divino, dubita di se stesso, della bontà e della purezza della sua stessa famiglia ed è guardato con terrore da quest’ultima. In completa antitesi con la visione canonica del profeta unicamente come strumento di un Dio dal disegno sempre limpido, Aronofsky realizza invece un film in cui il protagonista è un uomo che deve interpretare la volontà divina secondo la propria coscienza, col rischio di tramutarsi in giustiziere: un film sul libero arbitrio, sulla libertà di scelta di ogni singolo uomo nel rispetto del mondo che lo circonda. Un messaggio non proprio religioso in senso canonico, quanto piuttosto spirituale, che aggiunge lungo il percorso elementi e temi fantasy, psicologici ed ecologisti, in un cosmo variegato a tratti confuso, a tratti molto coerente.

Così come i costumi dei protagonisti, frutto di un patchwork di stili e materiali diversi, così il film è pieno di elementi contrastanti tra loro, che però nella magia del montaggio serrato tipico di Aronofsky sembrano acquistare tutti un senso: ed ecco la pazzesca sequenza time-lapse della Creazione (resa ancora più strabiliante da un 3D funzionalissimo), in cui si ripercorre la storia dal big bang all’uomo. “In principio era il Nulla”, il più classico e fedele degli incipit dà il via ad una sequenza di fermi immagine incatenati in un montaggio forsennato e sbalorditivo, seguendo una linea che unisce l’evoluzionismo di Darwin ed il miracolo del Creazionismo (tra l’altro chapeau alla scelta di Aronofsky di mostrare il Peccato Originale come una colpa sia di Adamo che di Eva, cosa che se il film l’avesse realizzato Sorrentino…..ma questo è un altro discorso). Un tentativo di unione di mondi da sempre completamente opposti, ma che nella visione di Aronofsky sembrano in realtà combaciare. Previste critiche come se piovesse è il caso di dire.

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Il casting è numeroso, ma allo stesso tempo assolutamente superfluo: nessuno infatti regge il confronto con la prestanza scenica di Russel Crowe che, come già visto ne Il Gladiatore, riesce a calarsi perfettamente nei panni di un uomo buono ma che può diventare ed essere all’occorrenza molto pericoloso. Jennifer Connelly troppo scarna ma comunque apprezzabile, Ray Winstone sufficientemente credibile e presuntuoso nel ruolo del figlio della stirpe di Caino Tubal-Cain, mentre ridicolissimo e troppo macchiettistico il Matusalemme di Anthony Hopkins, che ormai pare essere diventato l’unica scelta per i ruoli di grandi e saggi vecchi, da Tolomeo ad Odino. La scelta del cast giovane smaschera una chiarissima manovra commerciale: Logan Lerman al di sotto degli standart di Noi siamo infinito, l’insulso idolo inglese Douglas Booth, ed infine appena sufficiente e fin troppo accademica Emma Watson nel ruolo centrale di Ila.

Come detto all’inizio, prendere in causa la Genesi, che è alla base del credo di molti credenti cattolici ed ebrei, significa esporsi a prescindere a critiche feroci, che il film non mancherà di avere, soprattutto quando il regista apporta delle modifiche pur di assecondare la propria visione. Guardando Noah bisogna sempre ricordarsi della sua natura main-stream, ed è per questo che forse il film piacerà più ai profani che ai fedeli: ciò nonostante Noah sembra essere in equilibrio tra il tradizionale e il contemporaneo, a metà tra un film d’autore ed un mega kolossal hollywoodiano ad alto budget, in cui si ritrova la personale visione del regista, mediata però da elementi tipici del film spettacolare. Noah è una pellicola potentissima, maestosa e visivamente suggestiva, i cui momenti di altissimo cinema riescono a nascondere e far dimenticare (almeno per un po’) i difetti e gli strafalcioni. Rimane intatta la visione del regista, l’idea di rispetto per la terra, per se stessi e per gli altri, trasmessa anche grazie a delle sequenze finali d’intensa commozione. Anche la Bibbia diventa pop-corn movie, e forse sarà proprio questo ciò che più farà arrabbiare. Ma d’altronde si diceva esattamente lo stesso dei libri di Tolkien in quel lontano 2001. Corsi e ricorsi storici dunque.

 

Noah è un film diretto da Darren Aronofsky. Con Russell Crowe, Jennifer Connelly, Ray Winstone, Emma Watson, Anthony Hopkins, Logan Lerman, Douglas Booth. Prodotto dalla Protozoa Pictures e distribuito dalla Universal Pictures, sarà nelle sale italiane dal 10 aprile.

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Serafina Pallante

Laureata al DAMS di Roma. Appassionata di cinema in tutte le sue forme ed espressioni, studia per diventare critico cinematografico. Su TheVoiceOver si occupa della sezione Recensioni.

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