Hunger Games: Il Canto della Rivolta – Parte 1 | La recensione in anteprima

E’ mai esistita una saga young-adult più complessa, atipica ed intelligente di Hunger Games? Lo si era intuito già col primo film: la violenza del reality show, la critica sociale al sistema di manipolazione dei media, l’elemento distopico ed una protagonista tutt’altro che perfetta avevano delineato fin da subito la portata di un fenomeno che di lì a poco sarebbe esploso. Col secondo film invece, dal respiro più epico ed imponente, la saga letteraria di Suzanne Collins entrava definitivamente nell’Olimpo dei blockbuster più attesi e redditizi. Ora è il momento del capitolo conclusivo, o per meglio dire della sua prima parte.

In principio fu Harry Potter, seguito poi da Twilight, a dare il via alla moda del doppio finale, in modo da prolungare il successo e far raddoppiare gli incassi. Ma non sempre le motivazioni sono esclusivamente queste: a volte infatti la divisione permette una maggiore fedeltà all’originale cartaceo, con un approfondimento dei personaggi e delle dinamiche. Dopotutto la serialità cinematografica esiste da prima del 2010, ed il pubblico di oggi, drogato di serie tv, sa perfettamente come gestire l’attesa (o almeno ci prova). Nel caso di Hunger Games: Il Canto della Rivolta – Parte 1 valgono entrambi i discorsi: questa prima parte è molto dilatata, con poca azione e molta introspezione, in cui sostanzialmente accade poco o nulla, e quello che accade può essere raccontato in 40 minuti anziché 120. La divisione però non danneggia completamente il film, che nonostante temporeggi e rimandi un pò troppo l’azione, offre la possibilità di perdersi nei dettagli, di osservare i cambiamenti nell’animo dei personaggi, di giocare sia sulle parole dette che su quelle non dette, in una narrazione psicologica, che ci parla di trasformazione e presa di coscienza. Il film è fedelissimo al romanzo (non che ci volesse poi tanto), ma si amplia ed espande, sfruttando al meglio e senza stravolgere il poco materiale di base. Il terzo libro è infatti quello dalla trama più debole ed esigua (si percepisce molto la mancanza dei Giochi, vero punto di forza della vicenda), ma la sceneggiatura di Peter Craig e Danny Strong riesce a rendere questo cambio di struttura narrativa un utile espediente per portare la storia ad un nuovo livello, più profondo, ambiguo e maturo, confezionando un film che è senza dubbio migliore del libro.

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Katniss Everdeen, dopo essere riuscita a salvarsi dall’Edizione della Memoria, si risveglia nel Distretto 13, una città sotterranea e militaristica di cui non conosceva nemmeno l’esistenza, governata dal Presidente Alma Coin che, consigliata da Plutarch Heavensbee, decide di sfruttare l’enorme ascendente della ragazza, definita la Ghiandaia Imitatrice, per convincere tutti i restanti distretti di Panem ad unirsi nella battaglia contro Capitol City. Il Presidente Snow di rimando affida ad un irriconoscibile Peeta il compito di tentare di sedare gli animi attraverso interviste pilotate sulla tv di regime. Katniss, come sempre, sa quello che vuole: accetta di prestarsi al gioco propagandistico costruito su di lei ma, in cambio, pretende dalla Coin che, oltre a Peeta, vengano liberati anche gli altri tributi ancora nelle mani del presidente Snow, per dare finalmente il via alla rivoluzione dell’intera nazione.

Abbandonata l’Arena è il momento per Katniss di fare i conti con l’impatto che la sua immagine ha avuto sull’intera popolazione, e scegliere di trasformarsi definitivamente nella Ghiandaia Imitatrice. Ma dopo gli eventi dell’Edizione della Memoria Katniss è spaesata e confusa, vittima di uno stress post-traumatico notevole e costantemente sull’orlo delle lacrime, catapultata in una nuova realtà estranea, alienante, rigida e completamente diversa dalla sua. Katniss è sempre stata un’eroina riluttante, non ha mai voluto essere il simbolo di una rivoluzione, e proprio quando sembra non avere altra scelta se non esserlo davvero, si trova invece in bilico tra il desiderio di proteggere Peeta e la voglia di vendicare la strage fatta da Snow sul Distretto 12. Questa confusione è il filtro con cui lo spettatore osserva la storia, e lo fa attraverso gli occhi disorientati di una strabiliante Jennifer Lawrence. Non è facile raccontare in un’opera per immagini una storia che sulla carta è narrata attraverso il dialogo interiore della sua protagonista: l’attrice premio Oscar riesce a mostrare pensieri, emozioni e soliloqui anche senza parlare, lasciando intuire solo con lo sguardo perfino le sensazioni più fugaci (basti pensare agli ultimi 10 secondi de La Ragazza di Fuoco). Lo smarrimento e la diffidenza fanno da sfondo a tutta la gamma di espressioni dell’attrice, che rende sensazionali anche i gesti più banali. Jennifer Lawrence amplifica all’ennesima potenza ogni espressione o movenza del corpo, un corpo che in questo film diventa nuovamente perfetta superficie mediatica.

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La manipolazione dell’informazione è la spina dorsale della saga, e i temi della mistificazione della realtà attraverso i media e delle tecniche di controllo del consenso delle masse si evolvono e raggiungono vette altissime di riflessione metalinguistica, difficilmente rintracciabili in un film commerciale. Hunger Games: Il Canto della Rivolta – Parte 1 è un film metalinguistico nel senso più autentico del termine, dal momento che mette in scena il funzionamento stesso del dispositivo cinematografico e la costruzione del finto realismo nel cinema e nella tv: i video di stampo virale sono realizzati con un mix di riprese dal vivo, green screen e post-produzione, esattamente come il prodotto filmico stesso, ed alcune delle battute epiche pronunciate da Katniss sono sì autentiche ma finalizzate ad essere montate ad effetto per poi essere mandate in onda a ripetizione, perdendo di significato, in un processo estremamente analogo a quello cinematografico. In questa operazione stilistica il regista Francis Lawrence, mostrando cosa c’è dietro allo schermo, trasmette allo spettatore il senso vero del film, che non è semplicemente quello di una lotta contro un regime tirannico, ma più in generale una rivoluzione contro qualsiasi forma di condizionamento. E così anche Katniss, un personaggio tutt’altro che eroico, accetta inizialmente di essere usata dai ribelli così come veniva usata da Capitol City, per poi continuare a lottare per il controllo della propria immagine scegliendo di non sacrificare il proprio cuore.

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La rivoluzione non è automaticamente qualcosa di positivo e si può rischiare di spodestare un regime solo per formarne un altro. La comunicazione è un’arma fondamentale per entrambe le fazioni, e le modalità con cui il “bene” sceglie di perseguire i propri obbiettivi non sono tanto differenti da quelle scelte dal “male”: al reality show si sostituiscono gli spot di propaganda ed i finti itinerari che Katniss registra in stile reportage di guerra assieme ad una troupe televisiva militante. A parte alcuni momenti, il film non mostra una vera e propria rivoluzione collettiva, ma piuttosto il volto meno romanzato e più reale di una guerra, per ora combattuta solo a livello mediatico, fatta di mosse e contromosse. Questo è forse l’unico difetto del film, questo continuo rimandare uno scontro che sembra non voler mai arrivare. Hunger Games – Il Canto della Rivolta Parte 1 è un film filler (per usare un gergo da serie tv), che dopo il cliffhanger scorso si pensava dovesse finalmente esplodere, ma che invece rappresenta più che altro una quiete prima della tempesta. Ci sono numerossissime scene di raccordo, dialoghi lunghi a volte un po’ forzati e ripetitivi, che allentano un po’ il ritmo della narrazione. Alcune scene sono banali e retoriche, ma risultano potenti solo perchè è Jennifer Lawrence a recitarle.

Il film essendo in pausa dall’azione ci permette però di conoscere meglio alcuni personaggi, come Prim o Finnick, interpretato da Sam Claflin, un ragazzo ormai spento e distrutto così come Katniss. Liam Hemsworth stavolta aveva l’occasione di farsi valere, ma anche con qualche battuta e monologo in più, il personaggio di Gale risulta sempre abbastanza inutile. Poco presente purtroppo Peeta, prigioniero a Capitol City: Josh Hutcherson in questi pochi frangenti è molto autentico e riesce a trasmettere l’ambiguità della sua condizione, instillando il dubbio che le sue parole siano frutto di onestà o pronunciate sotto minaccia. Ampliato invece il ruolo di Effie Trinket, assente nel terzo libro, ma paradossalmente fortemente voluto proprio dall’autrice, folgorata dall’interpretazione unica di Elizabeth Banks, che regala i pochi momenti d’ilarità del film così come Haymitch, interpretato da Woody Harrelson, che catalizza l’attenzione anche con una sola battuta. Il grande Philip Seymour Hoffman, dopo la straordinaria prova de La Ragazza di Fuoco, torna nel ruolo dell’ambiguo Plutarch, ed è un tonfo al cuore pensare che questo sia purtroppo il suo ultimo ruolo. Tra le new entry la rigorosa e fredda Alma Coin, presidentessa del Distretto 13, interpretata da una convincente Julianne Moore, e Natalie Dormer nel ruolo della regista dei ribelli Cressida.

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Cambiano totalmente le ambientazioni e l’estetica, dalle imponenti scenografie e dai coloratissimi costumi di Capitol City si passa ai bunker ed alle uniforme grigie del Distretto 13, una città sotterranea che il regista riesce a rendere alla perfezione, con una regia claustrofobica, ma sempre chiara e suggestiva, alternando scene intimiste e toccanti (come la sequenza della Canzone dell’Albero dell’Impiccato, un brano semplicemente splendido) a scene altamente spettacolari e catastrofiche (come l’attacco al Distretto 8). Una delle ultime sequenze farà davvero sobbalzare i non lettori, in un finale meno cliffhanger di quanto ci si potesse aspettare, ma molto efficace nonostante la presenza di un fastidioso “spiegone”.

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Hunger Games: Il Canto della Rivolta – Parte 1 è un fil molto adulto, alienante per il cambio totale di paradigma sia estetico che narrativo, privo della tensione che aveva caratterizzato i primi due capitoli, ma ben girato, in cui si dà più spazio all’anima della protagonista, una Jennifer Lawrence che regge tutto sulle sue spalle, e non solo questo film, ma l’intero franchise, che ad essere sinceri non esisterebbe senza questa straordinaria attrice. Per ora il miglior film della saga resta senz’altro il secondo, ma anche questo capitolo, dedicato alla memoria dell’immenso Philiph Seymour Hoffman, è davvero notevole e staremo a vedere il prossimo, che uscirà a novembre 2015. Hunger Games: Il Canto della Rivolta Parte 1 è un film in sospeso, che ti fa venir voglia di vedere subito il prossimo, ma che nell’attesa stimola la mente. Un pò come quando si sta fermi alla fermata dell’autobus: l’attesa può essere snervante, ma allo stesso tempo solo stando fermi si può godere dei dettagli di ciò che ci circonda. Dopotutto non sempre l’azione è narrazione, anche se il film in questione è un blockbuster campione d’incassi.

 

 

 

Hunger Games: Il Canto della Rivolta – Parte 1 è un film di Francis Lawrence, tratto dal libro “Hunger Games – Il Canto della Rivolta” di Suzanne Collins. Con Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Julianne Moore, Philip Seymour Hoffman, Sam Claflin, Jena Malone, Stanley Tucci e Donald Sutherland. Prodotto dalla Lions Gate Entertainment e distribuito dalla Universal Pictures, sarà nelle sale italiane da giovedì 20 Novembre 2014.

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Serafina Pallante

Laureata al DAMS di Roma. Appassionata di cinema in tutte le sue forme ed espressioni, studia per diventare critico cinematografico. Su TheVoiceOver si occupa della sezione Recensioni.

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